RECENSIONE DI "IL ROVESCIO DELLA NAZIONE" DI CARMINE CONELLI (TAMU, 2022)

di Cristian Perra

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Il rovescio della nazione di Carmine Conelli, uscito nello scorso dicembre per Tamu Edizioni – realtà editoriale nata nel 2018 a partire dalla libreria omonima situata nel centro storico di Napoli che si occupa di studi e società postcoloniali e decoloniali, di pensiero femminista e ecologista – è un libro importante. Si tratta di un testo la cui importanza non è esclusivamente – per così dire – di settore, ma è un testo particolarmente utile per tutte quelle soggettività situate nei territori periferici dello stato italiano per comprendere le radici e le modalità attraverso le quali si costituisce la loro subalternità.

Il libro comincia con una dichiarazione programmatica: «questo libro non racconta nessuna verità nascosta sulla storia dell’unificazione. Non offre nessuna narrazione consolatoria sulla rapina e sul saccheggio del sud Italia. Non sviscera nessun dato sui problemi atavici del Mezzogiorno».[1]

Si tratta di una dichiarazione fondamentale per comprendere da una prospettiva decoloniale e subalterna la questione dei territori periferici dello stato italiano, quella passata alla storia come questione meridionale. Infatti, un lato di comunanza importante tra le rivendicazioni meridionalistiche, quelle siciliane, e quelle dell’indipendentismo organizzato in Sardegna è che spesso hanno a che fare con una dimensione di riscatto di una presunta originarietà perduta, di una purezza identitaria che immediatamente sarebbe stata soppiantata da forme coloniali o para–coloniali. Un provincialismo non interessato a comprendere le cause materiali della subalternità, i privilegi e le oppressioni insite nella società meridionale e delle sue élites arroccandosi dietro una strenua difesa culturalista di un nucleo originario e intoccato dello spirito meridionale.

Si tratta – come scrive l’autore – di «una ricostruzione storica che assomiglia di più, tuttavia, a una mitologia selettiva, poiché glissa sull’assenza di diritti di cittadinanza nel sud Italia preunitario, dove gli abitanti erano piuttosto dei sudditi a cui erano negate le più elementari libertà politiche; e che pure sorvola sulla distribuzione ineguale di tale ricchezza, vagheggiando un diffuso benessere popolare poi perduto con l’unificazione. Alla fortuna di questo mito ha contribuito la circolazione di testi storici divulgativi[2] che hanno dato voce a un malessere radicato nella società meridionale, promuovendo una lettura autoconsolatoria dell’unificazione nazionale come offesa storica da riscattare».[3]

Nazione e narrazione

Il volume di Conelli considera così le intersezioni tra i rapporti di potere plasmati dal colonialismo e le divisioni di classe proprie della società meridionale sia sul piano materiale che su quello della rappresentazione. Ad esempio, riveste una particolare importante la figura narrativa – tesa in una dialettica tra simbolico e immaginario – del brigante, spesso funzionale alle narrazioni identitarie neoborboniche obliando le tracce di iniziativa autonoma delle classi subalterne che rivestono nel testo di Conelli una importanza particolare. 

Teorie e produzioni editoriali di questo tipo – volte a veicolare formazioni mitologiche che l’antropologo Ian Assman avrebbe definito come contrappresentistiche[4] – vogliono rispondere sul piano identitario a quella che il nostro Placido Cherchi avrebbe definito paralisi da inaccessibilità[5] prodotta dall’ordine del discorso che plasma i territori a sua immagine e somiglianza, senza tuttavia tenere conto di come questa purezza esista solo sul piano immaginario e soprattutto senza tenere in considerazione i rapporti sociali, passati e presenti, che si instaurano nei territori, le iniziative autonome dei gruppi subalterni, le sacche di resistenza che si sono andate a creare e senza considerare ciò che avveniva nel resto del sud globale, rimanendo ancorati al proprio orticello, come se esistesse solo quello legati ad una dimensione allo stesso tempo provinciale e nazionale. La risposta a questo provincialismo è l’obiettivo evocato da Dipesh Chakrabarty di provincializzare l’Europa.

Questo immaginario è costellato da figure consolatorie e leggendarie risemantizzate come quella del Brigante – o in Sardegna quella del bandito – che Conelli tratta in maniera approfondita sia nel portato storico, che in quello simbolico.

Il corollario di questa tesi, nota l’autore «è che il brigantaggio, la guerriglia contadina che ha avuto luogo nelle aree interne del Meridione all’indomani dell’unificazione, sia stato una rivolta dell’intero popolo meridionale contro l’invasore venuto dal nord, per ripristinare sul trono di Napoli il legittimo re Francesco II. La dura repressione dello stato italiano viene definita alla stregua di un genocidio, un termine improprio anche per un numero di vittime gonfiato ad arte, allo scopo di rappresentare la “colonizzazione” sabauda come punto di non ritorno della definitiva subalternizzazione del Mezzogiorno.»[6]

La questione meridionale e le reazioni ad essa vengono così inscritte nella dialettica tra memoria e storia, che troppo spesso all’interno dello stato italiano – in particolare dei suoi territori marginali – è alla mercè di compagini reazionarie, basti pensare al lungo dibattito per quanto riguarda la questione delle foibe istriane. Queste narrazioni sono frutto di una torsione identitaria che «anziché muovere verso una giustizia riparativa che compensi i torti subiti dalle popolazioni meridionali, annulla le differenze sociali presenti all’interno del Meridione, ponendosi a sostegno dello status quo».[7]

Come scrive ancora Conelli «richiamarsi a un passato glorioso, infatti, permette di rendere la storia una superficie liscia su cui costruire la propria narrazione: la tesi dell’età dell’oro dei Borbone nasconde le tensioni e i conflitti interni che percorrevano la società meridionale, e che ancora oggi la percorrono. La colonizzazione del sud rischia di essere un’etichetta retoricamente accattivante per definire un rapporto privo di ombre tra bene e male, tra i due monoliti del nord oppressore e del sud oppresso: in questo senso è un’etichetta pericolosa perché priva del suo peso effettivo il riferimento al colonialismo come fenomeno storico e come ordine di discorso».[8]

La cassetta degli attrezzi decoloniale

L’operazione compiuta in Il rovescio della nazione è particolarmente interessante e si inserisce nello stesso filone di riflessione di cui si fa portatore il collettivo di Filosofia de Logu. Quello di trasformare il nostro modo di guardare ai territori marginali dello stato italiano, di osservarli da un’ottica post–coloniale e decoloniale che permetta di cogliere gli intrecci di potere che ne determinano la subalternità e di inquadrarli complessivamente nell’ambito dei sud globali.

Come scrive Conelli, infatti, si tratta di «un discorso le cui interpretazioni binarie hanno inchiodato l’arretrato Meridione al cospetto del più moderno e sviluppato nord. E hanno rappresentato gli abitanti del sud come oziosi, propensi alla criminalità e al malaffare, ancorati al passato e devoti al malgoverno, in un continuo confronto con i più civilizzati settentrionali. Un Meridione in cui non esistono zone di privilegio, in cui non esiste sfruttamento ma al massimo inefficienza, illegalità, degrado»[9].

Uno sguardo di questo tipo permette di comprendere e destrutturare le interpretazioni binarie che hanno relegato i territori periferici dello stato italiano a lato oscuro della nazione, allo stesso tempo ostacolo e metro di paragone per il ricco e sviluppato nord. In una prospettiva decoloniale «questo volume vuole permettere di avvicinarsi alla realtà del sud con lenti diverse. È un viaggio nella questione meridionale che prevede di abbandonare l’idea del sud Italia come “questione nazionale” per proiettarlo – e proiettarsi – in una mappa globale. Su questa mappa riconosciamo un nord globale che pensa “settentrionalmente” al sud come a un non-ancora-nord, come a un luogo di mancanze e assenze, e vediamo emergere il sud Italia non dalla storia degli stati-nazione ma dai perduranti effetti del colonialismo europeo»[10].

Attraverso una lettura non ingenua della questione meridionale si scopre come quella tra nord e sud dello stato italiano non sia altro che una geografia immaginaria creata e rappresentata allo scopo di celare le relazioni di potere asimmetriche instaurate dall’unità dello stato italiano in poi e l’ordine discorsivo che scaturisce da queste. Il sud è così – se seguiamo le argomentazioni di Said in Orientalismo – quell’altro, sebbene interno – che permette di plasmare un noi.

L’obiettivo del libro quindi – a detta dello stesso Conelli – è di «di restituire sostanza all’accostamento tra la costruzione dell’idea di sud Italia e la storia globale del colonialismo. Se la colonizzazione del sud non è mai avvenuta – non ci sono tracce di quel rapporto totale di dominazione e deumanizzazione dei nativi che la conquista coloniale ha rappresentato in Africa e nelle Americhe –, un discorso volto a dipingere il Mezzogiorno come il lato oscuro del nuovo stato–nazione italiano è stato effettivamente un aspetto fondativo dell’identità nazionale durante il Risorgimento. Un discorso modellato a partire dall’immaginario coloniale di cui l’Europa si dotava per confrontarsi con i territori al di fuori dei suoi confini. La negazione dell’«altro interno nel processo di unificazione ha preso successivamente altre forme (gli ebrei durante il fascismo, gli stessi meridionali emigrati verso il triangolo industriale del nord nel dopoguerra), mescolandosi e sovrapponendosi alle rappresentazioni dell’”altro esterno” (le popolazioni colonizzate dall’Italia durante l’epoca liberale e fascista, i migranti negli ultimi decenni di storia repubblicana); in questo senso essa ha contribuito a quell’identificazione tra italianità e “bianchezza”, declinata nel contesto mediterraneo per contrasto rispetto a una diversità interna e a una coloniale»[11].

Esiste così una frattura che ha preso il nome di questione meridionale che come aggiunge Conelli «dopo centosessanta anni di storia unitaria sembra diventata così insanabile da comportare la sua rimozione inconscia. Oggi la questione meridionale è sparita dall’agenda politica ed economica del paese e la sensazione, quando la si chiama in causa, è di ritrovarsi con un problema ingombrante e fastidioso, una “palla al piede” di cui è difficile liberarsi, o tutt’al più una fatalità da accettare».[12]

A differenza di numerosi testi che si sono occupati di questo argomento da una impostazione metodologica opposta, in Il rovescio della nazione viene compiuta una genealogia non tanto delle caratteristiche della questione meridionale e della sua fenomenologia, quanto delle conseguenze di questa nell’ordine del discorso e nei rapporti egemonici all’interno dei territori meridionali, ricostruendo le tracce dell’iniziativa autonoma dei gruppi subalterni che si sono svolti in questi territori, del tutto rimossi sia dalla storiografia ufficiale che da quella meridionalista. Tutto questo attraverso una cassetta degli attrezzi che ha la sua origine in Sardegna: quella dell’esperienza teorica e politica di Antonio Gramsci e delle interpretazioni – dovremmo dire, nella terminologia gramsciana le traduzioni – che il suo pensiero ha subito a diverse latitudini.

In Gramsci il materialismo geografico, inoltre, si esprime nel concetto di traducibilità. Per traducibilità, infatti, Gramsci intende una dinamica dei concetti, il costante passaggio tra una cultura e l’altra, tra linguaggi e tra esperienze teoriche e pratiche.

Come scrive Conelli «la ragione per cui l’autore dei Quaderni del carcere continua ad attraversare diversi campi di studio in tutto il mondo risiede in quella che lo storico indiano Ranajit Guha definisce la vera e propria “apertura” del suo pensiero, che “invita e incoraggia all’adattamento” ad altri scenari. In particolare, l’importanza assegnata da Gramsci alla comprensione delle classi subalterne, la sua enfasi sulla cultura per un approccio non riduttivo al marxismo e la sua pionieristica interpretazione della questione meridionale sono delle vere e proprie pietre angolari per il percorso di critica all’umanesimo occidentale intrapreso dagli studi culturali e postcoloniali».[13]

Gramsci nei margini

Il confronto di Gramsci con la questione meridionale, ovviamente, è un capitolo fondamentale della distensione della teoria marxista a proposito della dimensione “spaziale”, geografica, dello sviluppo capitalistico – delle differenze che il capitalismo incontra e sussume nella geografia diseguale del suo sviluppo. La grande disgregazione, la figura con cui si presenta a Gramsci il Mezzogiorno in Alcuni temi della quistione meridionale (1926), diventa in questo senso anche una metafora della continua proliferazione di queste “differenze” su scala mondiale.

Come scrive Conelli, «sebbene Gramsci non abbia mai scritto organicamente di colonialismo e razzismo, è innegabile che dai suoi scritti traspaiano le energie anticoloniali della sua epoca. Pur non avendo mai esplicitamente offerto una definizione di “colonialismo interno”, la riflessione sul ruolo subalterno della Sardegna e del Meridione nei rapporti di potere instaurati in Italia attraversa e anima tutta la sua produzione, dai suoi scritti giovanili alle ultime elaborazioni durante la sua lunga prigionia sotto il regime fascista»[14].

Le analisi gramsciane sulla questione meridionale sono state in gran parte di ispirazione per tutto l’ambito degli studi postcoloniali e per l’opzione decoloniale. La subalternità dei territori meridionali dello stato italiano è diventata, de facto, una questione globale dove sono le classi egemoniche a decidere chi e cosa sia sud.

Stuart Hall, sociologo e figura di spicco degli Studi culturali della scuola di Birmingham, sosteneva che, nel portare avanti un lavoro intellettuale, in particolare da una prospettiva di azione politica, era necessario strappare la teoria alla sua purezza. Ciò significa non relegare alcuna elaborazione teorica in un simulacro immutabile, condannandola, di fatto, a non esistere più nel presente, a non vivere più. Perché una teoria continuasse a vivere, secondo Hall, essa andava sempre, costantemente, riportata sulla terra, tra la molteplicità dei viventi, sporcata di umano, strappata al paradiso, sottratta agli angeli. Hall ha tratto da Gramsci gli strumenti di cui aveva bisogno per agire politicamente ed intellettualmente nel suo contesto di riferimento: «ideas and theories travel from person to person, from situation to situation, from one period to another»[15], scriveva Said, ed è in questo viaggio che esse subiscono la pressione delle diverse traduzioni e intersezioni, rispetto alla loro condizione di partenza.

Il materialismo geografico si fonda, dunque, su un’attenzione alla dimensione spaziale dello sfruttamento capitalistico, assumendo come asse ulteriormente in grado di complicare l’analisi marxiana quello della geografia diseguale. In altri termini, assumere il capitalismo globale non solo come emanazione di una configurazione ben specifica di rapporti economici, sviluppatasi come fatto interno all’Europa e poi esportata in giro per il mondo.

Come scrive Conelli «nella realtà postcoloniale contemporanea, questo significa comprendere quali siano le possibilità di collocare il Meridione in un percorso di comprensione che usi quelle chiavi di lettura che oggi abbiamo a disposizione per interrogare la storia del colonialismo. Le intuizioni di Gramsci ci hanno già permesso di avvicinarci all’immaginario che ha consentito di costruire il sud Italia come “altro” dalla modernità – un immaginario che, come vedremo, rispecchia il discorso di inferiorizzazione rivolto dagli stati europei alle popolazioni colonizzate»[16].

Archivio e colonialità

La posta in gioco di questo sguardo subalternizzante è quello di fare sì che i territori meridionali dello stato italiano vengano storicamente visti come appartenenti a una linea temporale differente, ad un not yet, evocando l’espressione fornita da Dipesh Chakrabarty in Provincializzare l’Europa.

Quella della modernità, come dimostrato sia dagli studi postcoloniali che dall’opzione decoloniale, è un tipo di concettualizzazione che è profondamente connessa con sia con la colonialità che con il colonialismo propriamente detto. Infatti, è solo dalla scoperta di terre al di là del vecchio mondo che la temporalità comincia a misurare l’avanzamento o il ritardo rispetto ad una supposta linea del progresso. Si tratta, chiaramente, di un concetto limite che crea identità speculari, raffronti e differenze ataviche e incolmabili. Le popolazioni mesoamericane conquistate da Cortés sono state il metro di paragone attraverso cui l’occidente ha proclamato il proprio dominio globale ha fornito un modello di sfruttamento applicabile anche alle sue periferie.

All’interno dello stato italiano, come mostra Conelli si è osservata una simile dinamica di negazione della coevità, utilizzando la categoria interpretativa fornita dall’antropologo Johannes Fabian. Questo concetto consiste nella «tendenza sistematica a posizionare i referenti del discorso antropologico in un tempo altro rispetto al presente di chi questo discorso lo produce. Una rappresentazione che confinava i meridionali in un’«immaginaria sala d’attesa della storia», inaugurando quella visione dualista che ancora oggi governa i tropi della questione meridionale lungo la direttrice nord–sud. Una visione che si pone nella stessa traiettoria del modello di conoscenza eurocentrico messo a fuoco da Quijano nell’analisi della colonialità del sapere. Razionalità e modernità sono prodotti esclusivamente europei, a cui fanno da contraltare l’irrazionalità e l’arretratezza delle popolazioni colonizzate[17].

È particolarmente curioso come le regioni più remote del regno di Napoli venissero chiamate Las indias de por acà da quei gesuiti che tornavano dalle Americhe, assimilando alla figura dell’indios le popolazioni del meridione della penisola italiana. Come scrive Conelli si tratta di «un’espressione, quella dell’”India italiana”, che rimandava all’immaginario del selvaggio e del primitivo, a genti irriducibili alla morale comune e al cristianesimo, ignoranti e licenziose, che – proprio come gli indigeni delle Americhe – andavano civilizzate e riformate»[18].

Il sud Italia era così una palestra per coloro che si apprestavano a evangelizzare (e colonizzare) il centro America tanto, che, come riporta Conelli, il gesuita Michele Navarro, trovatosi a Messina nel 1575 scriverà in una lettera che «chiunque darà buona prova di sé in queste nostre Indie di qui, sarà adatto anche a quelle di là dell’Oceano»[19].

Così l’altro esterno, nei possedimenti coloniali e il subalterno interno consentono alla soggettività europea del nord di considerarsi – e anche tutt’oggi è così – come l’orizzonte culturale, politico e sociale più progredito al mondo.

Conelli nota come il colonialismo sia allo stesso tempo il fil rouge della modernità e allo stesso tempo il suo rimosso dall’ordine del discorso. Riprendendo il Foucault dell’Archeologia del sapere viene utilizzato il concetto di archivio come materiale grezzo sul quale si forma la narrazione coloniale.

Come scrive Conelli, Foucault «parla dell’archivio come della “legge di ciò che può essere detto”. Per il filosofo francese esso «non è la somma di tutti i testi che una cultura ha conservato in suo possesso come documenti del proprio passato, o come testimonianza della sua mantenuta identità», né sono «le istituzioni che, in una data società, permettono di registrare e conservare i discorsi di cui si vuole mantenere la disponibilità»[20].

Nella formulazione foucaultiana, piuttosto, emergerebbe «una dimensione figurata dell’archivio la cui funzione è quella di costruire attivamente un immaginario politico, nonché i saperi e l’orizzonte culturale che modellano la nostra comprensione della realtà sociale e della storia. Nel produrre fatti, narrazioni e identità, esso incorpora alcuni registri e forme di sapere a scapito di altri, giudicati insignificanti, inappropriati e dunque esclusi dall’archivio stesso»[21].

Nella narrazione della modernità, il silenzio dell’archivio è storicamente incarnato dal colonialismo. Da alcuni decenni, però, gli studi postcoloniali e decoloniali hanno messo in crisi la narrazione fondata sulla rimozione del colonialismo, riconoscendolo come l’elemento determinante della storia e mettendo in luce la deliberata assenza di questo dal discorso.

I territori periferici dello stato italiano, tuttavia si trovano a metà tra una forma di colonialismo interno e i privilegi propri della modernità eurocentrica. Proprio per questo è così complesso trattare queste argomentazioni. Potremmo sostenere come il sud Italia non si trovi né da una parte, né dall’altra della linea abissale di cui parla Boaventura De Sousa Santos[22]. Come scrive Conelli infatti «nella narrazione ottocentesca della modernità, la penisola iberica, la Francia meridionale, l’Italia e la Grecia – l’area del Mediterraneo in generale – sono state collocate su un gradino più basso rispetto all’Europa nordoccidentale, laddove avevano avuto luogo gli eventi chiave per lo sviluppo della soggettività moderna: la Riforma, l’Illuminismo e la rivoluzione francese»[23].

E ancora: «il sud Italia ha vissuto pienamente la sua appartenenza alla modernità e alle contraddizioni coloniali da essa aperte. Lo ha fatto durante la lotta per l’egemonia culturale e geopolitica in Europa tra Riforma e Controriforma, mentre insorgevano le prime rivolte contro lo stato e la proprietà, e nel momento in cui le rivoluzioni politiche hanno fatto vacillare e poi definitivamente tramontare il potere delle monarchie assolute. La posizione liminale del Mezzogiorno, prima periferia orientale dell’impero spagnolo e successivamente periferia meridionale di quell’Europa che nell’800 colonizzava l’intero globo, ci rivela inoltre l’impossibilità di una presunzione di innocenza coloniale da parte delle sue élite. Così le differenze materiali tra i molteplici nord e sud del mondo hanno permesso sul piano della narrazione la creazione di una filigrana che può essere vista nelle produzioni dei saperi, nelle impostazioni epistemologiche, in un archivio imprescindibile senza il colonialismo e la colonialità»[24].

Come scrive Conelli «dalla conquista delle Americhe, dunque, ha avuto origine non solo l’organizzazione coloniale del mondo, ma anche quell’archivio globale contrassegnato dalla fabbricazione dei saperi, dei linguaggi, della memoria e dell’immaginario nel solco del colonialismo. La totalità dello spazio e del tempo di tutte le culture, dei popoli e dei territori del pianeta è stata riordinata in una grande narrazione universale in cui l’Europa è simultaneamente il centro geografico e il culmine del progresso temporale»[25].

Iniziative autonome

Seguendo l’indicazione di perseguire le tracce dell’iniziativa autonoma dei gruppi subalterni espressa da Gramsci nel Quaderno 25, Conelli vuole ricostruire le tracce dell’iniziativa autonoma dei gruppi subalterni del meridione d’Italia ricostruendone la fenomenologia, operazione tra l’altro effettuata anche dal volume uscito recentemente per Deriveapprodi sugli Autonomi meridionali[26].

Nella visione gramsciana i gruppi subalterni vengono raffigurati come frammentati e accomunati da una tendenza all’unificazione sempre rotta dall’iniziativa dominante. Tuttavia, Gramsci, mettendo in evidenza l’esistenza di tracce di iniziativa autonoma di queste compagini, suggerisce la possibilità del loro agire politico e la loro potenziale rilevanza storica.

I subalterni, quindi, sono l’agente di raccordo tra la realtà della storia e la sua negazione: la loro esistenza, infatti, è reale e insieme mancante di una autonoma volontà politica, atta a valorizzare la loro disgregazione. In tal senso nei gruppi subalterni si fa presente e si offre all’osservazione lo storicamente negativo. Un negativo che ha la figura concreta di un determinato gruppo umano con caratteristiche precise e che non è quindi la pura e astratta possibilità irrealizzata. Tale negativo non è deducibile; esso è solamente constatabile come residuo, come scarto dalla totalità ordinata e la sua esistenza non è mai recuperabile in una compiuta sintesi dialettica che lo renda momento negativo necessario per l’apparizione sempre egemone del positivo.

Conelli ricostruisce chiaramente come rispetto alle rivendicazioni e alle lotte operaie che si sono instaurate nel nord Italia, quelle meridionali hanno avuto caratteristiche molto diverse per direzione – o dovremmo dire non–direzione – e per composizione. A loro modo tutte le lotte e i processi che si sono verificati nel meridione non si sono mai lasciate assorbire dalle esigenze politiche del PCI, ponendo effettivamente in maniera autonoma le loro rivendicazioni. La motivazione è prettamente materiale: il modello economico delle regioni meridionali non è mai stato quello di fabbrica, per quanto sia nel sud Italia che in Sardegna ci sia stato il tentativo di industrializzazione sostenuto – tra le varie realtà politiche – anche dal PCI per creare una classe proletaria in grado di avere coscienza di classe, ma uno contadino o una economia informale di sussistenza, basti pensare alla Cassa del mezzogiorno o ai piani di rinascita in Sardegna.

La coscienza politica dei contadini del sud – come scrive l’autore – «rifuggiva le interpretazioni del partito e procedeva in un percorso autonomo, contrapponendosi all’assetto capitalistico e borghese della proprietà. Ma la mentalità comunitaria e territoriale che caratterizzava il socialismo contadino era considerata generalmente più arretrata rispetto al socialismo operaio del nord e andava per questo ricondotta sul giusto tracciato»[27].

In particolare, per quanto riguarda Napoli, Conelli mette l’accento sull’economia del vicolo, «un complesso di relazioni che la borghesia e le classi medie instauravano con artigiani, guantaie, lavoratori e lavoratrici a cottimo, ambulanti. Un tessuto produttivo abitato da un proletariato fragile e frammentato, dove spesso la linea di demarcazione tra economia formale e informale, tra lavori legali e illegali, si assottigliava e confondeva»[28].

Questo tipo di sistema economico faceva sì che mancassero i riferimenti politici utili al PCI per dare un indirizzo alle masse, preferendo riferirsi all’operaio–massa che si trasferiva nelle regioni del nord per lavorare in fabbrica.

Ma il sottoproletariato meridionale, in particolare quello napoletano non è mai stato organico, nel senso più caro al PCI. Basti pensare alla ricostruzione che Conelli compie dei comitati di quartiere, delle lotte dei disoccupati e del sottoproletariato urbano.

Come scrive l’autore «nella riflessione politica dei Comitati trovava spazio un ripensamento della logica legalitaria con cui la società civile tendeva a marginalizzare l’iniziativa di quei proletari coinvolti in attività economiche vietate dalla legge. Si formarono gruppi composti da specifiche “categorie” – come quella dei contrabbandieri, che più di tutte avrebbe subito una feroce repressione. La soggettivazione politica di quella parte extralegale del proletariato napoletano, da sempre relegata ai margini del processo produttivo e della considerazione politica in città, si doveva all’interazione con quei militanti che nei quartieri e nelle reti di sostegno ai detenuti tentavano di politicizzare l’estraneità delle classi popolari allo stato e alle sue leggi, strappandole ai rapporti ambigui che esse potevano instaurare sia con i partiti dominanti che con i fascisti. Si trattava di una lettura in controtendenza delle classi popolari meridionali, se si pensa al caso eclatante della rivolta urbana di Reggio Calabria del 1970, dove i moti, scoppiati inizialmente per la mancata scelta della città come capoluogo della regione, furono snobbati dalle superficiali valutazioni del Pci che li giudicò prepolitici, campanilistici e violenti, e lasciati alla strumentalizzazione di forze reazionarie»[29].

Ma la marginalità – come ci insegna bell hooks[30], non è esclusivamente un limite, ma anche una potenzialità. Proprio per questo rivestono una importanza fondamentale le iniziative autonome delle compagini e delle soggettività subalterne e – probabilmente – sono ancora oggi l’unica eccedenza in grado di andare oltre colonialismo interno e colonialità.

Note:

[1] Carmine Conelli, Il rovescio della nazione. La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno, Tamu Edizioni, Napoli, 2022, p. 7.

[2] Basti pensare a un molto discusso testo uscito in Sardegna sui tiranni sabaudi e ai discutibili rapporti che l’autore intrattiene con Pino Aprile e l’ambito neoborbonico.

[3] Ivi, p. 11.

[4] Il riferimento è a Assman, Jan, Das kulturelle Gedächtnis: Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen, Beckn tr. It. La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, a cura di Francesco De Angelis, Einaudi, Torino, 1997.

[5] Cherchi, Placido, Crais. Su alcune pieghe profonde dell’identità, Cagliari, Zonza Editori, 2005.

[6] Il rovescio della nazione, cit., p. 11.

[7] Ivi, cit., p. 13.

[8] Ibid.

[9] Ivi, p. 7.

[10] Ivi, p. 8.

[11] Ivi, p. 13

[12] Ivi, p. 8.

[13] Ivi, p. 21.

[14] Ivi, p. 36.

[15] Edward Said, Travelling Theory, in M. Bayoumi, A. Robin, a cura di, The Edward Said Reader, London,Vintage Books, 2000, pp. 195-196.

[16] Il rovescio della nazione, cit., p. 36.

[17] Ivi, p. 77.

[18] Ivi, p. 41.

[19] Ibid.

[20] Ivi, p. 50.

[21] Ibid.

[22] De Sousa Santos, Boaventura, The end of the Cognitive Empire. The Coming of Age of Epistemology of the South, Duke University Press, Durham, 2018, trad. It. La fine dell’impero cognitivo. L’avvento delle epistemologie del Sud, a cura di Samuele Mazzolini, Castelvecchi, Roma, 2021.

[23] Il rovescio della nazione, cit., pp. 55-56.

[24] Ivi, p. 46.

[25] Ivi, p. 54.

[26] Il riferimento è a Antonio Bove, Francesco Antonio Festa, Gli autonomi vol. 10. L’autonomia operaia meridionale, Deriveapprodi, Roma, 2022.

[27] Il rovescio della nazione, cit., p. 168.

[28] Ivi, pp. 170-171.

[29] Ivi, p. 173.

[30] hooks, bell, Nadotti, Maria (a cura di), Elogio del margine, Tamu Edizioni, Napoli, 2018.

Cristian Perra

Cristian Perra

Cristian Perra è ricercatore indipendente. Laureato presso l’Università degli studi di Sassari all’interno del corso di laurea magistrale in Scienze storiche e filosofiche con una tesi dal titolo “Stare sulla linea abissale. Appunti per una critica della ragione coloniale” che discuterà nell’ottobre 2022. È Militante e attivista politico nel campo delle lotte contro l’occupazione militare della Sardegna. I suoi interessi di ricerca vertono sugli studi postcoloniali, sull’opzione decoloniale, sulla Teoria critica della società, in particolare l’esperienza filosofica di Theodor W. Adorno, e sulla storia critica delle idee. È membro del collettivo di ricerca Filosofia de Logu, incentrato sull’applicazione al contesto sardo delle teorie e delle pratiche decoloniali e responsabile editoriale del sito omonimo.