Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna

Perché “filosofia”?

Fotografia de Rossella Fadda

L’accostamento “filosofia” e “Sardegna” può apparire – e per certi aspetti deve apparire – provocatorio.

È un accostamento che non è dato e che stupisce, non solo perché agli occhi delle convenzioni e delle ideologie dominanti non ha senso parlare di una filosofia in Sardegna come ne avrebbe invece parlare di una filosofia in uno spazio, grande o piccolo, riconosciuto. Ma stupisce anche perché si collega la filosofia alla dimensione sociale, linguistica, culturale e ideologica.

Se tuttavia pensiamo la filosofia come legata al pensiero di tutti, come noi riteniamo si debba fare, si può ben affermare che vi è sempre e ovunque filosofia, ma che semmai essa non sempre emerge come tale, in quanto non sempre il pensiero di tutti si palesa come pensiero autonomo che, in quanto tale, lacera i luoghi comuni e il pensiero imposto dall’alto.

In effetti, le lacerazioni prodotte dalla filosofia hanno un carattere dirompente e critico poiché pongono il pensiero di tutti di fronte a se stesso, ne dissolvono la scontatezza e la presunta ovvietà, ne superano l’immediatezza, rendendo esplicite e problematiche le concettualità utilizzate allo stato pratico da tutti nel loro parlare e nel loro pensare.

In Sardegna queste lacerazioni non hanno avuto sistematicamente luogo o non sono emerse, (anche) perché è stato impedito che avessero sistematicamente luogo o che emergessero.

Ma è proprio quello che noi pensiamo si debba fare.

Scriveva Placido Cherchi che «sebbene il sardo sia una lingua fortemente attraversata da retaggi filosofici (…) è una lingua che pensa poco. La sua appartenenza a una cultura dominata dal senso della comunità ha fatto sì che esso diventasse luogo di deposito delle forme sapienziali più blindate e non accordasse nessuno spazio alla creazione soggettiva del pensiero speculante» (Per un’identità critica, Cagliari, Arkadia 2013, p. 149).

Ma forse è arrivato il momento di far esplodere quelle «forme sapienziali» e liberare il «pensiero speculante» lacerando, come si è detto, il pensiero di tutti e aprendo un percorso di ricerca che non è solo ricostruttivo (grazie anche all’apporto delle scienze umane) ma anche creativo (se si intende il creativo come un bricoleur e non lo si immagina fittiziamente come colui che inventa dal nulla).

Non si tratta naturalmente di formulare una qualsivoglia filosofia o far finta ideologicamente che vi sia una sola filosofia: la filosofia che intendiamo rintracciare vuol essere critica dei rapporti di dominio che incombono sulla Sardegna, la soffocano ed anche la attraversano. In estrema sintesi un anticorpo all’alienazione culturale che alligna nel pensiero dei sardi, specie di quelli acculturati e con responsabilità di alto grado nel sistema di produzione e riproduzione della cultura ufficiale.

La filosofia a cui vogliamo lavorare non è però la filosofia dei soli filosofi, bensì ambiamo a costruire un laboratorio dove diverse figure procedano alla critica della ragione coloniale e di quella autonomista e producano teorie non subalterne elaborando quadri concettuali e narrazioni alternativi a quelli dati dei canali ufficiali che, a nostro parere, risultano insufficienti e spesso mistificanti.

Ambiamo insomma a mettere in rete tutti coloro che esercitano con rigore la critica rispetto alle epistemologie coloniali o semi-coloniali che, a nostro avviso, intossicano il dibattito intellettuale sardo. La filosofia è qui intesa sia come strumento di comprensione del reale (una comprensione specifica) sia come fine. In altri termini, uno degli obiettivi del progetto è la ri-costruzione di una filosofia – ossia di una idoneità alla produzione di categorie di pensiero – plurale ma orientata e orientante, che sappia incidere nello spazio sardo e che elabori competenze adeguate alla sua lettura autonoma, avvalendosi dell’apporto strutturale delle altre scienze umane (sociologia, antropologia, storia, politologia, linguistica ma anche altre discipline non umanistiche come statistica, economia, scienze agrarie etc.). A tal fine, pensiamo sia utile promuovere un articolato gruppo di ricerca che ricolleghi i fili spezzati delle ricerche di tutti quegli autori che hanno già fatto prove di critica della“ragion coloniale”, come per esempio Antoni Gramsci, Antoni Simon Mossa, Cicitu Màsala, Placido Cherchi, Bachis Bandinu e Mialinu Pira.

Domande base

Le domande di base che dobbiamo porci sono essenzialmente due: che cosa significa, che cosa può e deve significare fare filosofia in Sardegna? Che cosa significa la filosofia in Sardegna? Il che, tradotto in termini non specificatamente filosofici, significa chiedersi perché c’è bisogno di fare teoria in Sardegna? Perché abbiamo bisogno di quadri concettuali alternativi a quelli veicolati nei canali ufficiali?

A tali domande dovrebbero seguirne delle altre. Si tratterebbe infatti anche di capire quale filosofia è già implicitamente e tacitamente presente in Sardegna e quale filosofia – intesa qui come pensiero consapevole e quindi critico – occorre alla Sardegna che, ovviamente, non è collocata al di fuori del mondo e proprio per questo non dev’essere appiattita allo spazio italiano ed italofono. E se ricordiamo che non è collocata al di fuori del mondo intendiamo anche che, nel suo essere ciò che è, contano le dinamiche sociali, i rapporti sociali, i rapporti di dominio e tutti gli altri elementi che caratterizzano il nostro tempo e dai quali si prescinde nel discorso pubblico, anche se essi agiscono prepotentemente nei legami e nelle relazioni di potere e dominio in maniera tacita ed implicita (sottotraccia).

Le problematiche da porre come “domande-scandalo”– dicevamo –sono fondamentalmente due:

  1. Quale filosofia – o piuttosto– quali filosofie sono presenti in Sardegna (cioè quali attività categoriali e categorizzanti)?
  2. Quale filosofia, quale pensiero critico emerge come necessario per capire i caratteri propri della società sarda e della sua dipendenza?

Qui va innanzitutto sciolto un nodo teorico. Il mondo attuale richiede un pensiero critico globale, ma anche uno specifico, legato alle peculiarità e singolarità dello spazio in cui si opera: specificità storiche, sociali, culturali etc. Non si può far finta di essere altrove o di essere in un ovunque. La dialettica globale / locale ha agito spesso come una polarizzazione e si sono creati degli equivoci potenti che hanno impaludato il dibattito filosofico e filosofico-politico per troppo tempo. Se è certamente un errore illudersi di essere ovunque e altrove, bisogna pur essere in grado di individuare il locus in cui si è e le relazioni che esso intrattiene con quell’altrove e con quell’ovunque. Dovremo chiederci innanzitutto se i rapporti di dominio sono in Sardegna diversi rispetto a quelli presenti altrove. Individuare somiglianze e analogie e stabilire importanti punti di contatto non può sostituire la necessità di fare emergere una teoria dalla situazione concreta della Sardegna.

Quale filosofia è (stata) presente in Sardegna?

Filosofia e lingua

Qui la prospettiva è anche quella di dare dignità filosofica al sardo. Partiamo da due direttive:

  1. Costruzione di un dizionario sardo di filosofia, ovvero la creazione di un linguaggio concettuale capace di tradurre in sardo le esigenze di ricerca della filosofia e delle scienze sociali.
  2. Capire quale concettualità filosofica è presente in nuce nel sardo (sia a livello lessematico che sintattico) –nel sardo parlato, innanzitutto, per come si è modificato nel tempo attraverso dinamiche esogene o endogene.

Sarà necessario affrontare la questione della lingua anche da un punto di vista non linguistico. La lingua è un diritto umano, civile e politico? L’ufficializzazione della lingua è un processo irrinunciabile di una comunità politica? La questione della lingua è una questione politica o è una questione culturale? Una filosofia alterativa al pensiero della subalternità non può fare a meno della questione linguistica?

Filosofia e cultura

Qui si tratta di capire quale filosofia è presente – se è presente – nella cultura sarda, intesa sia come articolazione di dispositivi socio-tecnici sia come l’insieme delle produzioni culturali (arti figurative, letteratura sia in sardo che in italiano, musica etc.).

È possibile stabilire un legame di organicità / disorganicità degli intellettuali sardi rispetto al pensiero della questione sarda? A chi e cosa sono organici gli intellettuali sardi? È possibile ricostruire una storia degli intellettuali sardi e verificare il ruolo che questi hanno avuto nella definizione di un vero e proprio stigma coloniale, semi-coloniale e self-colonized?

Di rovescio, è presente una traccia tra intellettuali e popolo? Con quali risultati? Con quali limiti? Con quali metodologie? Quali sono i meccanismi sociali, le tradizioni popolari o i costumi che possono servire a formulare una teoria critica sarda?

Che rapporto c’è tra subalternità e industria culturale in Sardegna? La produzione culturale sulla Sardegna come ha plasmato l’immaginario delle sarde e dei sardi? Come ha plasmato la loro immagine all’esterno della Sardegna e l’immagine che essi hanno di sé? Quali sono i punti di resistenza a questo processo?

Dimensione istituzionale

Sarebbe interessante anche capire come effettivamente si è presentata la filosofia esplicita in Sardegna, in particolare nelle istituzioni accademiche, e come si sono presentate le altre scienze umane. Quali le figure, i meccanismi della loro riproduzione, la loro presenza, non solo e non tanto nel presente, quanto anche nel passato, più o meno lontano. Ad esempio, quale filosofia veniva insegnata tra Sette e Ottocento in Sardegna? Quali manuali si utilizzavano? Ma anche: come si reclutavano gli accademici? Che cosa è accaduto durante il dominio piemontese? Quali le scelte ministeriali (italiane) rispetto alla copertura delle cattedre? Naturalmente, va analizzata anche la situazione attuale, senza dimenticare una funzione propositiva che potremmo svolgere. In tal senso, potremmo chiederci se è possibile mettere in rete gli studiosi di scienze umane critici rispetto alle epistemologie coloniali o semi-coloniali (come per esempio l’autonomismo). Più specificatamente, sarebbe auspicabile creare una rete di docenti sardi di filosofia e sostituire la SFI (Società Filosofica Italiana) con una SFS (Società Filosofica Sarda).

Produzione di identità e dipendenza

Qui si tratta di capire quali sono, come hanno funzionato e come funzionano i meccanismi di costruzione di una soggettività subalterna e dipendente in Sardegna. In altri termini, ricostruire quelli che foucaultianamente – ma anche in senso althusseriano – possono essere chiamati processi di soggettivazione e di acquisizione di un’identità o di costruzione di soggettività docili e subalterne, o anche strutture del passing e della performance (Butler, Goffman). Sarebbe necessario anche indagare i meccanismi antropotecnici praticati in luoghi come le scuole, ma anche nelle pratiche sportive, del tempo libero e del consumo collettivo (Sloterdijk).

Entra in gioco qui anche il tema della privazione della lingua e del blocco nel parlarlo in pubblico o con estranei che si è diffuso dagli anni Sessanta in poi.

Come si è costruita la dipendenza culturale? Quali le categorie attraverso le quali il soggetto costruito in Sardegna, nelle varie fasi storiche, si è pensato o è stato indotto a pensarsi? Quali i dispositivi? Nuovamente: che ruolo hanno avuto gli intellettuali sardi? Naturalmente, entrano in campo le istituzioni scolastiche e universitarie, l’editoria, non ultima la Chiesa (e non solo nella Sardegna rurale), l’industria culturale e così via.

Certamente non si può operare solo un’analisi di taglio culturalista, ma anche economica e sociale. Le dimensioni si intrecciano.

I piani di analisi sono qui due:

  1. L’oggetto d’indagine. Analisi e ricostruzione critica dei dispositivi teorici e materiali che hanno prodotto, attraverso delle possibili resistenze, una soggettività subalterna.
  2. Gli strumenti. Capire quali concettualità emergono in tale ricostruzione e come potrebbero eventualmente venir ripensate in base alla situazione sarda.

Naturalmente qui il meccanismo da ricostruire è anche quello dell’immagine che della Sardegna si è costruita al di fuori di essa, ma che è quella con cui i sardi spesso si osservano e si pensano.

Non si dimentichi: nell’analisi dei rapporti di dominio non va trascurata la questione del genere (al di là e al di qua del dualismo uomo-donna).

Sardegna e il “pensiero solo”. Una metafisica dello Stato

Va posta una domanda banale, ma potente nei suoi effetti, sulla cristallizzazione del pensiero subalterno divenuto pensiero solo (non usiamo la categoria di pensiero unico tipica della critica alla globalizzazione degli inizi degli anni Duemila perché siamo in un certo senso oltre il pensiero unico il quale, infatti, pur nella sua potenza di imposizione a livello globale presupponeva una critica ribelle, una possibilità di tirannicidio filosofico, cosa che il pensiero solo non lascia intravedere). Il pensiero solo prevede non soltanto che la Sardegna non esista al di là dello Stato italiano e che la statualità repubblicana italiana ne assorba completamente tutte le maniere d’essere, ma anche e soprattutto che non si concepisca una società sarda a prescindere dalla società e cultura italiana. Si assume per scontato che la società civile in Sardegna sia italiana, che la Sardegna, insomma, prima di esser parte dello Stato italiano, sia parte della società italiana. Possiamo dire che la Sardegna è un attributo della sostanza Stato (italiano)? Possiamo sfidare quello che, a tutti gli effetti, si configura filosoficamente come un monismo del pensiero sulla Sardegna? Dobbiamo farlo?

L’idea che esistano entità politiche immutabili e indivisibili è un concetto metafisico ed ideologico, come lo è l’idea che esista un solo modello di statualità, che lo Stato sia necessario o che ci sia un solo modo di produzione. Se contestiamo quest’idea, possiamo individuare le modalità attraverso le quali la Sardegna è stata agganciata onticamente e astoricamente alla metafisica dello Stato? Possiamo comprendere quando e come ha avuto origine il pensiero solo?

Lavorare sui concetti di “autodeterminazione”, “autogoverno”, “sovranità”, “democrazia compiuta” può essere l’inizio di un processo di definizione delle istituzioni della Sardegna del domani, ma anche l’inizio di un paradigma in cui il pensiero sulla Sardegna si pluralizza e il pensiero di tutti si lacera. Quali possono essere le istituzioni di autogoverno dei corpi, dei territori e delle comunità che vogliamo costruire? Quali sono i modelli a cui ci vorremmo ispirare? Esistono esperienze – dentro e fuori l’Europa – nella complicata realtà multipolare di oggi che affrontano questo ripensamento? E se ne esistono, con quali risultati?

Contro il “come se”. Identità e identificazione. Contro il finzionalismo.

Riteniamo utile lavorare ad una nuova concezione materialistica della Sardegna, della sua storia e della sua società. Materialistica, non lineare, non positivistica, non scientista e aperta ad approcci ibridi socio-materiali, post-umani, femministi, ecologici, in generale non essenzialisti e non meccanicisti. In diversi ambienti, soprattutto in quelli orientati all’affermazione identitaria, si discute di una Sardegna mitologica, tra folklorismo e orientalismo, senza alcuna considerazione delle condizioni reali, materiali e simboliche che ne definiscono e giustificano lo spazio politico, culturale e sociale. Non prendere in considerazione la condizione materiale della Sardegna di oggi e quindi le modalità di produzione, riproduzione, dunque la performance della subalternità in vari ambiti della vita, significa studiare la Sardegna come se (nel senso in cui il “finzionalismo” utilizza tale espressione) essa non fosse una realtà subalterna. Significa adottare lo stesso punto di vista dominante, ma ribaltato solo in apparenza. Se ne accetta la cornice concettuale e, in fondo, se ne accettano le priorità. In effetti, il come se costituisce il tratto distintivo di tutte le relazioni di potere e delle sue rappresentazioni ideologiche: come se lo schiavo non fosse uno schiavo; come se il lavoratore salariato non fosse sfruttato; come se la donna non stesse in una relazione di subalternità rispetto all’uomo, cioè come se non esistesse il patriarcato; come se le lingue minoritarie non fossero prima di tutto lingue minoritarizzate, e così via.

E così è il pensiero solo, vale a dire il pensiero che non contempla neppure la critica, che agisce come senso comune ed è incapace di farci capire quale sia la condizione della Sardegna, le sue speranze, i suoi problemi, perché evita per principio di affrontare il problema del potere e della subalternità. È un pensiero la cui potenza emerge proprio nel momento in cui esprime la possibilità di oscillazioni “democratiche” tutte comprese nella medesima gamma dello stesso pensiero solo (posso essere italiano in diversi modi, posso concepire e fare capitalismo in diversi modi, posso aderire al patriarcato in diversi modi, ma non posso uscire al di fuori di quei campi, perché oltre quei confini non esiste nulla, quei confini sono le colonne d’Ercole del mondo e persino dell’immaginazione, anzi non posso dire neanche che esistono confini perché la realtà è tutta compresa in quella concezione come una sorta di universo infinito che curva su se stesso senza soluzioni di continuità.

La modalità del come se identitario non si pone problemi, detesta le domande, ripugna il discorso della critica delle idee e mette le mani avanti ad ogni approfondimento storico. Ogni discussione sulla Sardegna si basa sul come se essa non fosse subalterna e ciò produce forme mitologiche di identità (fittizia) e inibisce in maniera miracolosa ogni identificazione alternativa alla subalternità, alla marginalità, alla narrazione descrittiva di una Sardegna destinata ad essere docilmente periferizzata e dolcemente colonia.

La stessa concezione del come se identitario è contraddittoria e problematica da un punto di vista di una filosofia dell’emancipazione. Come può emanciparsi un soggetto che afferma la sua identità immobile, al di là e oltre la storia che è oggettivamente anche storia della sua sottomissione?

Modernità indotta. Rete contro piramide.

Un aspetto cruciale risulta l’analisi delle pratiche di “governamentalità” dello spazio bio-politico sardo e in particolare l’analisi delle politiche di sviluppo e di innovazione mediante l’adesione destra-sinistra alle teorie della modernizzazione, con conseguente “espunzione” del conflitto di interessi e di classe (fra gli altri). Il primo ad avere elaborato una prospettiva di doloroso ma netto distacco dalla tirannide della modernizzazione è stato Eliseo Spiga attraverso la sua teoria eretica del comunitarismo e l’elaborazione della sardità come utopia (v. il testo omonimo). Sarà forse utile rispolverare (tra l’altro) il testo Mille piani. Capitalismo e schizofrenia di Gilles Deleuze e FélixGuattari e verificare come agisca, nel contesto della Sardegna, la dialettica albero-rizoma o – se si preferisce – rete/circolo-piramide, anche per meglio distinguere modernità e modernizzazione, che risultano essere due concetti distinti.

Nazione?

La nazione è sempre un processo circolare di etero e auto-definirsi, e un processo storico-sociale di nation building, è cioè una costruzione storica, materiale, collettiva, discorsiva. Da questo punto di vista possiamo definire la Sardegna una nazione?

I finzionalisti semplicemente derubricano la Sardegna e le sue genti a regione dello Stato, seppure “autonoma”, e assumono tale fatto come se si trattasse di un dato neutro. Ma anche in questo caso occorrerebbe decostruire il processo attraverso il quale uno Stato e una nazione, da tutti così considerata sino all’inizio del XIX secolo, si sia ridotta a mera regione amministrativa.

In che rapporto sta la regionalizzazione della Sardegna con i processi di periferizzazione e marginalizzazione entro cui si incardinano tutte le politiche economiche, culturali e civili della storia repubblicana e in generale della prassi coloniale e neo-coloniale dell’Occidente verso i diversi altrove del mondo e gli altrove interni?

Annettere la Sardegna al Mezzogiorno è una operazione neutrale? La geografia – ovvero la collocazione geografica – è un fattore neutrale o presuppone una stratificazione ideologica e un fine geopolitico?

Gramsci ritrovato

Sarà utile tornare ad ascoltare la lettura di Gramsci, che ci parlava ma è stato zittito. Gramsci parlava sardo, nel senso che tutta la sua riflessione parte dalla questione sarda intesa come questione di subalternizzazione. Ciò è stato rimosso dall’interpretazione neo-risorgimentalista a cui è stato inchiodato dopo la sua morte con le sopraggiunte nuove condizioni politiche impresse da Jalta e dalla svolta di Salerno del PCI. Parte anche dall’esperienza internazionale fatta a Mosca, nella Terza Internazionale e grazie ai suoi legami – anche familiari – con il cerchio più vicino a Lenin e dunque alla sua vicinanza a riflessioni non parrocchiali italiane ma che avevano al loro centro la situazione globale, la crisi dell’imperialismo e, allo stesso tempo, dello Stato-nazione. Gramsci parla al nostro presente ed è bene rimettere in circolazione le radici fondamentali della sua idea di Sardegna, perché in cento anni le direttrici fondamentali della subalternità che egli denunciava e combatteva non sono cambiate.

È anche necessario ritornare alla filogenesi dello iato tra sardismo popolare e sardismo podatario e ricostruire la storia delle idee che ha accompagnato il divorzio tra sardismo e socialismo. La nazione “fallita” e “abortiva” dei sardisti e la progressiva identificazione nazionale italiana della sinistra socialista e comunista sono frutto del mancato incontro tra Gramsci e Lussu, cioè delle posizioni espresse da Gramsci e di quelle espresse da Lussu? È utile parlare di un ritorno a quel mancato abbraccio teorico, politico e programmatico? Serve a qualcosa prospettare un rilancio di un sardismo popolare capace di superare le parzialità del sardismo podatario e della sinistra subalterna, così come si sono storicamente determinate nel corso di 100 anni di storia della Sardegna fino ad oggi? Noi crediamo che siamo tutti orfani di quell’abbraccio.

In particolare, sono tre le categorie gramsciane che ci possono essere utili: la condizione subalterna, la rivoluzione passiva e la questione meridionale.

La storia della Sardegna consta di tutta una serie di rivoluzioni passive che si sono succedute, cioè di modernizzazioni dall’alto che hanno avuto cura di non modificare le gerarchie sociali, economiche e politiche. Sarebbe necessaria l’analisi storico-critica di queste rivoluzioni passive, ma anche il ruolo che hanno avuto nella cauterizzazione del conflitto sociale e quindi della subalternità, e nella sua riclassificazione come ignoranza, arretratezza, sardofonia, inferiorità femminile, inadeguatezza al carattere ossessivamente binario del genere, malattia, disabilità, ecc.. Infine, a partire da Gramsci, sarebbe da mostrare la natura della questione meridionale come fondamentalmente una questione settentrionale, quindi la volontà di potenza, costitutiva dello Stato italiano, del nord sul sud, che in Sardegna, rispetto al meridione dello stivale, colpisce con ancora più forza attraverso il suo lato coloniale. Da questo punto di vista sarebbe interessante il dialogo con quelle realtà politiche e di pensiero che nel sud Italia (sebbene con determinazioni molto diverse dalle nostre) corrono sugli stessi binari.

Struttura e spazi del gruppo di ricerca

I campi qui individuati sono molteplici e ampi. Per trattarli occorrono delle competenze specifiche. Quella che abbiamo disegnato, in estrema sintesi, è una strutturazione ottimale. Molte “caselle” rimarranno probabilmente scoperte. Ma si tratta di cominciare a fare quel che si può sin da subito.

Il nostro orizzonte di discussione franca, ricerca e organizzazione culturale è aperta a quanti possano dimostrare una serie di competenze di studio, analisi, elaborazione e ricerca di livello alto e condividano un’analisi della situazione sarda come subalterna.

La discussione sarà pubblica e strutturata per seminari e critica/lettura reciproca, per iniziare, come pratica innovativa secondo una formula che potremmo sinteticamente definire del “percorrere criticando”.

L’orizzonte è aperto a suggerimenti, consigli e proposte da parte della critica filosofica, della ricerca e della riflessione antropologica, storiografica, economica, sociologica, politologica (solo per citare alcune delle tante aree di interesse a cui ci rivolgiamo) e del pensiero non subalterno in generale.

Su tutto il resto aspettiamo nuovi sguardi e nuove intersezioni.

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