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Storia sarda, scuola italiana: (un po’ di) teoria e pratica

di Maurizio Onnis

Un appunto iniziale

Sono passati sei anni esatti dalla nascita, mediante un appello on line, del collettivo “Storia sarda nella scuola italiana”. Il collettivo raccoglie le competenze dell’autore di testi scolastici, dello storico, dell’archeologo, dell’insegnante, del grafico, del traduttore, e si pone fin dal principio l’obbiettivo di colmare una lacuna: la quasi totale assenza della storia sarda dai libri di testo diffusi in ogni ordine e grado della scuola italiana in Sardegna. Quindi, la quasi totale assenza di questa storia nel curriculum di studi dei ragazzi sardi. Di seguito, volendo ora fare un primo bilancio, si esaminano in dettaglio motivazioni, modalità e risultati dell’intervento del collettivo.

Contesto e reazione al contesto

La Carta de Logu, i giudicati e le curadorìas, i nuraghi, l’ossidiana del Monte Arci, la basilica di Santa Giusta e quella di Saccargia, Amsicora e Ospitone, la cultura di Ozieri e quella di Bonu Ighinu, le rivolte per il pane di inizio Novecento, l’eccidio di Iglesias del 1920, la Fusione Perfetta e i Piani di Rinascita. In ordine sparso. Fatti, personaggi, luoghi topici della storia sarda di cui gli studenti sardi non trovano traccia nei libri scolastici. Tranne, a volte, per qualche accenno ai nuraghi, pallido e totalmente decontestualizzato.

L’effetto di questa tenace e secolare opera di spossessamento è l’educazione di generazioni e generazioni di sardi ad un immaginario storico, storico-geografico, politico e istituzionale altro, lontano da loro e dal posto in cui sono nati e cresciuti. Tanto da farne prima di tutto “italiani”, ignari delle vicende trascorse della Sardegna, privi di consapevolezza del proprio passato, incapaci quindi di costruire un futuro radicato saldamente, ma capaci di un ingenuo stupore quando si racconta loro cosa e chi è stato.

L’Italia e le sue leggi ci hanno tolto proprio quella memoria che, più di ogni altra, negli anni della scuola, costruisce il sé sociale di ciascuno di noi. Non c’è allora niente di più politico e rivoluzionario che decostruire la memoria imposta e ristrutturarla sulla base della conoscenza del nostro passato: eventi, protagonisti, luoghi, processi di lungo periodo, culturali, sociali ed economici, inserimento nella cornice mediterranea ed europea. E farlo in maniera capillare e diffusa, giocando direttamente nel campo avverso e insegnando la storia sarda e dei sardi nella scuola italiana. Per costruire, letteralmente, una memoria differente, che dà vita a una nazione differente, sarda anziché italiana, capace di guardare al mondo partendo da se stessa, non decentrata, non obbligata a filtrare tutto attraverso lo sguardo altrui.

Si può fare, si inizia a farlo, dal basso. Molti insegnanti se ne occupano sfruttando gli spazi offerti dall’autonomia scolastica: parecchio alle elementari, meno alle medie, quasi niente alle superiori, per vincoli di programma e soprattutto rigidità mentali difficili da superare. Chi lo fa prepara da sé gli strumenti di studio o utilizza quelli reperibili in rete, messi a disposizione da volontari come i componenti del collettivo “Storia sarda nella scuola italiana”. È un’attitudine, quella degli insegnanti coraggiosi, più diffusa di quanto si pensi e che segnala la presenza di docenti dalla coscienza storica e politica più formata di altri. Ma si tratta ancora solo di un seminare, con risultati molto diversi da quelli che si otterrebbero grazie all’introduzione istituzionale dello studio della storia sarda a scuola. Un obbiettivo per il quale dobbiamo lottare, premendo in ogni modo possibile sulle autorità regionali.

Perché poi tutto ciò abbia davvero senso è necessario che gli strumenti di studio siano adeguati al bisogno d’oggi. L’esperienza del collettivo dice che, per utilità d’uso e per fare breccia tra gli insegnanti meno sensibili, dobbiamo offrire:

  • testi che dividano la storia sarda, classe per classe, secondo la periodizzazione della storia generale dettata dal ministero;
  • testi che presentino una narrazione storica completa, a coprire per ciascuna classe l’intero arco di tempo definito dal programma, e accompagnino docente e studente per tutto l’anno: l’utilizzo non è cioè episodico, ma continuo;
  • testi scritti nel linguaggio corrente, e quindi divulgativi, impaginati con uno standard grafico all’altezza;
  • testi dotati di un corposo apparato didattico, con attenzione al lessico disciplinare, e soprattutto inattaccabili nei contenuti. A tale proposito, è bene precisare.

I libri adottati nelle scuole italiane non hanno come obbiettivo presentare lo stato più avanzato o controverso del dibattito storiografico, ma offrire allo studente una narrazione piana ed efficace dei processi storici. La mancanza di note e riferimenti bibliografici, o di una ricerca sulle fonti primarie, non deve però far pensare che si tratti di testi abborracciati. Nei migliori dei casi si tratta di libri contenutisticamente inappuntabili. Allo stesso modo, il testo scolastico di storia sarda per la quarta elementare, ad esempio, non può e non deve dare per assodata l’identificazione Shardana/Nuragici. E quello per la terza media non può e non deve dare interpretazioni definitive sulla storia e sulla natura del Psd’Az. Nell’uno e nell’altro caso, il testo scolastico di storia sarda compirà un’opera dirompente già solo raccontando gli eventi, senza sbavature eccentriche. A queste condizioni, la storia sarda entra oggi nella scuola italiana senza fatica.

Dalla teoria alla pratica

Ora, per passare dalla teoria alla pratica, ecco una tabella che riassume la programmazione scolastica di storia sarda per le elementari e le medie, affiancata a quella ordinaria prescritta dal governo di Roma. La programmazione delle superiori non è indicata perché riprende, passo per passo, quella che va dalla terza elementare alla terza media, ripercorrendo l’intero arco della storia universale.

ClasseStoria sardaStoria generale
Terza elementareDalla formazione geologica della Sardegna al megalitismo di Monte d’AccoddiDal Big Bang al Neolitico
Quarta elementareLa civiltà nuragicaLe civiltà della Mezzaluna Fertile
Quinta elementareFenici, Cartaginesi e Romani in SardegnaI Greci, le civiltà italiche, la civiltà di Roma
Prima mediaAlto Medioevo: Vandali e Bizantini; Basso Medioevo: i giudicati; Basso Medioevo: gli Aragonesi in SardegnaAlto e Basso Medioevo: dalla caduta di Roma all’Italia delle Signorie
Seconda mediaL’Età Moderna: il dominio spagnolo in Sardegna, il passaggio ai Savoia, la “Sarda rivoluzione” – La prima Età contemporanea: la Fusione PerfettaL’Età Moderna: da Umanesimo e Rinascimento a Napoleone – La prima Età Contemporanea: dal Congresso di Vienna ai nazionalismi di fine Ottocento
Terza mediaLa Sardegna in età liberale – Il fascismo – La Sardegna nella seconda metà del Novecento – La Sardegna oggiL’Età contemporanea: dall’Italia giolittiana alla pandemia influenzale del 2020

Scendendo più nel dettaglio: questo è l’indice del volume di storia sarda per la terza media prodotto dal collettivo “Storia sarda nella scuola italiana”. Si tenga presente che persino l’insegnante più volenteroso può dedicare alla nostra storia solo una parte del monte ore dedicato alla materia. Sta alla sua intelligenza “tagliare” accortamente il programma generale per inserire lezioni sulle vicende dell’isola. Questa esigenza rende del tutto inutile offrire al docente un testo di storia sarda troppo lungo e complesso: non riuscirebbe a maneggiarlo e facilmente lo abbandonerebbe. Bisogna dare agli insegnanti uno strumento agile e pronto da presentare agli studenti.

Storia sarda per la terza media
Modulo 1 – LA SARDEGNA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO
1.1 La crisi di fine Ottocento
Scheda 1 – L’eccidio di Buggerru
1.2 La Sardegna e la Prima guerra mondiale
Scheda 2 – Un anno sull’altipiano
Modulo 2 – LA SARDEGNA SOTTO IL FASCISMO
2.1 Il fascismo si afferma anche in Sardegna
2.2 La presenza fascista nell’isola
Scheda 3 – Nascita e sviluppo di Arborea
Scheda 4 – Grazia Deledda e il Nobel
Scheda 5 – L’architettura fascista in Sardegna
2.3 L’opposizione al fascismo: Lussu e Gramsci
Scheda 6 – Il pensiero politico di Antonio Gramsci
2.4. La Sardegna e la Seconda guerra mondiale
Scheda 7 – I bombardamenti alleati su Cagliari
Modulo 3 – LA SARDEGNA NELLA SECONDA METÀ DEL NOVECENTO
3.1 La Sardegna nella Repubblica d’Italia
Scheda 8 – Lo statuto della Regione Autonoma della Sardegna
3.2 L’economia
Scheda 9 – La nascita della Costa Smeralda
3.3 La società
Scheda 10 – Graziano Mesina
Scheda 11 – Lo scudetto del Cagliari
Scheda 12 – I murales
Modulo 4 – LA SARDEGNA OGGI
4.1 Le incertezze della politica
Scheda 13 – L’inquinamento ambientale
4.2 Un’economia e una società stagnanti
Scheda 14 – Storia di un sardo nel mondo

Ecco, infine, per scandagliare il tema ancora più in profondità, come viene sciolto nel volume di terza media, sotto il punto 1.2 dell’indice, il nodo della partecipazione dei sardi alla Prima guerra mondiale. Si utilizza un linguaggio semplice, senza per questo rinunciare a problematizzare un evento che nei volumi ordinari della scuola italiana è completamente rimosso. Il testo è inoltre accompagnato da immagini, linea del tempo, schema riassuntivo, glossario e, nella sezione apposita, da esercizi congrui.

I soldati sardi combattono nella “Grande Guerra”

Come sappiamo, gli storici considerano la Prima guerra mondiale l’evento che chiuse l’Ottocento e aprì realmente la strada al Novecento. La “Grande Guerra” sancì il fallimento delle politiche di potenza degli Stati europei che aveva caratterizzato l’ultima parte del XIX secolo: l’Europa uscì a pezzi dal conflitto. Allo stesso tempo avviò il Novecento, introducendo molti fattori distintivi del XX secolo: la guerra di massa, la guerra tecnologica, il sorgere del comunismo sovietico e della potenza statunitense.
La Prima guerra mondiale fu uno spartiacque anche per la Sardegna.
Essa portò definitivamente il nostro popolo a contatto con la modernità, inserendo i sardi nel flusso dei grandi cambiamenti dell’Occidente. Per capirlo, basta pensare a un semplice fatto. L’Italia entrò in guerra nel maggio del 1915. Nel giro di due o tre anni, man mano che le battaglie consumavano gli eserciti, vennero chiamati sotto le armi quasi tutti i sardi maschi in età militare. Decine di migliaia di giovani uomini, che non avevano mai abbandonato le proprie case e il proprio villaggio, attraversarono il mare, raggiunsero i confini nord-orientali dell’Italia e s’immersero in combattimenti spaventosi, contro nemici di cui non sapevano niente. Bastò questo a cambiare per sempre la loro mentalità e il loro modo di pensare.

La Brigata Sassari al fronte

Gli alti comandi dell’esercito italiano decisero di riunire i sardi in una formazione di guerra che comprendesse solo loro: in questo modo nacque la Brigata Sassari, che raccoglieva il 151° e il 152° reggimento di fanteria. Si trattava di un’eccezione alle abitudini dell’esercito. Di solito i reggimenti, i battaglioni e le divisioni, comprendevano soldati di provenienze diverse: il calabrese si mescolava così al lombardo, il laziale al veneto, il siciliano all’emiliano. Combattendo insieme, gli italiani di regioni differenti imparavano a conoscersi. La Brigata Sassari era invece una formazione di tipo etnico, composta cioè da una sola etnia.
I generali fecero questa scelta per due motivi. Erano convinti che, stando assieme, i sardi avrebbero combattuto con più ardore. In secondo luogo pensarono che così sarebbe stato più facile controllarli: non si fidavano di loro e per questo diedero alla Brigata Sassari ufficiali prevalentemente continentali. I sardi si batterono con coraggio. Furono impiegati contro gli austriaci soprattutto sull’Isonzo, sull’Altopiano di Asiago, sul Piave, e meritarono la menzione da parte degli alti comandi, fin dal novembre 1915.
Erano quasi tutti contadini e non comprendevano perché dovessero morire per conquistare terre lontane dalla Sardegna. Gli orrori della guerra li convinsero che ciò che facevano era disumano, ma poche volte si rifiutarono di obbedire agli ufficiali. Anzi, spesso, compirono atti di eroismo insoliti per altre formazioni dell’esercito. Questo coraggio è testimoniato da cifre crudeli. La media dei morti in combattimento, tra gli italiani, si aggirò sui 104 soldati ogni 1.000. La media dei morti della Brigata Sassari fu sensibilmente superiore: 138 soldati caduti ogni 1.000. Quando la guerra finì, nel 1918, i sopravvissuti poterono finalmente tornare a casa, alle loro famiglie, ai campi.

Le conseguenze della guerra

La Prima guerra mondiale produsse sui sardi e sulla Sardegna conseguenze eccezionali e durature.

– Ci furono innanzitutto dolorose conseguenze sociali. Al termine del conflitto, quasi ogni famiglia piangeva un morto, un mutilato, un ferito grave. L’enorme numero di partenze per il fronte e di caduti in combattimento portò a un calo fortissimo delle nascite: negli anni della guerra e in quelli successivi nacquero molti meno bambini che in passato. Fu necessario parecchio tempo per risanare questa ferita e colmare il vuoto demografico che essa aveva causato.

– Ci furono anche serie conseguenze economiche. Il richiamo alle armi privò le campagne delle braccia più giovani e robuste. L’agricoltura registrò perciò un forte calo della produzione di beni alimentari.

– Ci furono soprattutto conseguenze culturali. I soldati tornarono a casa profondamente cambiati. Avevano visto posti lontani. Avevano conosciuto soldati di altre regioni d’Italia. Avevano sentito parlare per la prima volta di politica, economia, pace, diritti dei lavoratori. Per la prima volta, nel confronto con i continentali, si erano anche resi conto di essere sardi, un popolo tra i popoli, un popolo diverso dagli altri popoli. Tutto ciò modificò rapidamente le loro idee e la loro mentalità.
Alla fine del 1917, dopo la sconfitta di Caporetto, il governo di Roma aveva promesso di ricompensare i sacrifici dei soldati sardi con la divisione delle terre non coltivate dell’isola: ogni soldato, tornato a fare il contadino, avrebbe ricevuto il suo campo. Alla conclusione della guerra, la promessa non fu mantenuta e già nel 1919 si sviluppò in Sardegna un vasto movimento di occupazione delle terre: i contadini, semplicemente, s’installavano sui fondi dei grandi proprietari o dei Comuni e iniziavano a coltivarli.
Tra l’autunno del 1920 e la primavera del 1921, inoltre, i reduci dal fronte crearono il Partito Sardo d’Azione (Psd’Az). Il suo scopo era portare avanti gli interessi dei sardi, che venivano prima di quelli dell’Italia, lavorando a favore della Sardegna nel parlamento di Roma. Questa esigenza era talmente sentita che alle elezioni del 1921 il Psd’Az raccolse il 36% dei voti dei sardi, mandando alla Camera dei Deputati quattro rappresentanti.
Tale era la situazione nella nostra isola quando in continente sorse, si rafforzò e conquistò il potere il fascismo di Benito Mussolini.

In sostanza: questi esempi rendono evidente lo scopo di chi si dedica a scrivere storia sarda per gli studenti della scuola italiana in Sardegna. Annodare nella coscienza più riposta dei nostri ragazzi quel filo continuo della memoria che solo permetterà poi al cittadino di dire a se stesso adulto, quasi senza accorgersene: «Io sono sardo». Sapendo per quali motivi storici è sardo, pensa e vive da sardo, prima ancora che sotto qualsiasi altra identità sommaria ci sia stata affibbiata dai millenni.

Un appunto conclusivo

In sei anni di lavoro, il collettivo “Storia sarda nella scuola italiana” ha prodotto i testi di storia sarda per la terza, quarta e quinta elementare, e per la prima e terza media. Più alcuni fascicoli “sciolti”, dedicati a Sa Die de Sa Sardigna e alle vicende di Arborea in epoca antica. Tutto diffuso e facilmente scaricabile dalla rete. I testi sono stati proposti direttamente agli insegnanti, incontrati a centinaia su appuntamenti ottenuti con la mediazione dei dirigenti scolastici. Molti di questi insegnanti hanno adottato il materiale del collettivo e, data la sua fruibilità e adeguatezza agli standard scolastici, ne hanno fatto uno strumento d’uso comune nelle loro classi. Il piano dell’opera prevede la produzione dei testi mancanti, fino al quinto anno delle superiori, e la loro traduzione in sardo, già praticata per l’intero ciclo delle elementari. Guardando il tutto dalla parte degli autori, è possibile dire che si tratta di un lavoro irrinunciabile: mettersi a servizio di ragazzi che a stento, in classe, hanno sentito parlare dei nuraghi significa letteralmente “impiantare” la storia sarda nella loro memoria. Uno sforzo verso una maggiore consapevolezza di popolo che porterà inevitabilmente frutto in futuro.

Un commento

  • Antonietta Lai

    Sono un’insegnante precaria di italiano e storia. Sono molto interessata all’inserimento della storia sarda nelle scuole, ma ovviamente nei testi “ufficiali” non c’è traccia. Come potrei contribuire?
    Grazie per il vostro contributo

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