Paesaggio postcoloniale

Il masochismo dei sardi come sintomo di un pensiero self-colonized. In risposta ad un recente articolo comparso su Vice.

di Gianpaolo Cherchi*

Ha suscitato qualche attenzione l’articolo apparso su Vice negli scorsi giorni, a firma di Alessandro Pilo, in cui si descrive la particolare abilità che hanno i sardi nell’essere orgogliosamente masochisti.

Un’abilità quasi congenita, che viene descritta nei termini di “una gigantesca sindrome di Stoccolma che ci porta a essere particolarmente gentili con chi ci tratta male e ad affezionarci ai nostri sfruttatori”. A dimostrazione di questo talento tutto particolare che possiedono i sardi l’articolo cita degli esempi, come l’atteggiamento prono e servizievole della giunta regionale per quanto riguarda la gestione della pandemia di Covid durante l’estate, con la decisione di non chiudere le discoteche per venire incontro agli interessi dei vari Briatore e Smaila di turno, dei vari prenditori che “da sempre trattano la Sardegna in modo classista e paternalista”. Una sudditanza che ha radici temporali ben più lontane, perché (come giustamente riportato nell’articolo pubblicato su Vice) anche negli anni del miracolo economico e industriale italiano, la Sardegna ha aperto le porte agli industriali prenditori che promettevano lavoro e sviluppo, e che invece hanno prodotto solo disoccupazione e inquinamento. Una disponibilità a concedersi gratuitamente ai colonizzatori che si evince anche dal numero incredibile delle servitù militari ospitate dalla nostra regione, senza alcun guadagno per i sardi al di là di qualche tumore o avvelenamento da materiale radioattivo; o ancora dal culto per la Brigata Sassari, esempio di fiera ed eroica sardità e che si fonda ancora sulla vuota retorica militarista, su una guerra combattuta in prima linea da – riporta in maniera più che condivisibile l’articolo di Pilo – “poverissimi contadini e pastori analfabeti che non avevano mai lasciato il proprio villaggio, mandati a morire sulle montagne del Friuli per una guerra che non gli apparteneva e di cui avrebbero volentieri fatto a meno”.Il masochismo in cui i sardi sono campioni si evincerebbe perciò da questo oscillare fra posizioni che da un lato rivendicano una diversità – reale o presunta poco conta – dei sardi rispetto al resto degli italiani da esibire orgogliosamente e con granitica fierezza nelle situazioni più goliardiche; salvo poi dall’altro lato lasciarsi andare costantemente ad un atavico complesso di inferiorità e all’insicurezza – alla “vergogna di sé” direbbe Placido Cherchi – quando si tratta di difendere realmente e nelle questioni più importanti la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra terra e le nostre risorse. I sardi sono perciò coloro che si indignano per il ciondolo a forma di pecora, ma che non trovano offensivo o umiliante vedere che le uniche prospettive possibili di sviluppo economico sembrano essere quelle del lavoro turistico stagionale sottopagato o quella della militarizzazione del territorio.

Da questa sindrome di Stoccolma e da questo masochismo cui sono affetti i sardi non fuggirebbero nemmeno le bufale pseudo-storiche e complottare come i fantarcheologismi che ogni qual volta attribuiscono alla Sardegna chissà quale mito dell’origine, come nel caso di Atlantide, o della più recente trovata che il latino deriverebbe dal sardo, così come le narrazioni regional-popolari sulle mitologie dell’isola felice con “il mare più bello del mondo”…

L’articolo riporta tutti questi esempi e questi fatti. In maniera piuttosto sommari, a dire il vero, e senza un reale approfondimento, ma non è certo questo il problema. Non è che ci sia da argomentare o da dimostrare chissà cosa: è tutto vero, tutto evidente, tutto abbastanza ovvio quel che viene riportato da Alessandro Pilo. Talmente ovvio che non c’è nemmeno bisogno di spiegare le ragioni dei vari processi e dei fenomeni descritti, che sono ormai sotto gli occhi di tutti.

È tutto vero. Il problema, casomai, è un altro, ovvero l’interpretazione che si fa di quest’ovvia e palese verità. Sì, perché quella esposta nell’articolo di Vice è una verità “fenomenologica”, non“critica”. Un’osservazione di questo tipo si limita alla pura e semplice constatazione dei fatti, di modo che il giudizio finale che se ne ricava è perfettamente funzionale alla tesi di partenza, in questo caso quella dei sardi “campioni dell’orgoglio masochista e autolesionista”, che può così presentarsi come una sorta di verità di natura, come un fatto non ulteriormente interpretabile, come se la subalternità dei sardi sia un connotato genetico, non modificabile.

E sì che nell’articolo ci si era avvicinati ad una prospettiva che potesse far guadagnare un punto di vista veramente critico, in grado di spingersi al di là dell’orizzonte angusto della subalternità, e senza sfociare in conclusioni cliniche sul carattere genetico del masochismo. Nel riconoscere come la Sardegna abbia avuto un’evoluzione storica non così tanto diversa da quella di tante altre “colonie” sparse per il mondo, anzi proprio quel termine “colonia”, scritto tra virgolette come se lo si volesse usare in senso figurato o metaforico, proprio quella parolina magica avrebbe dovuto suggerire una diversa possibilità di interpretazione, un’alternativa.

Alternativa alla quale ci si è avvicinati in maniera incredibile quando nell’articolo ci si domanda: “come si fa a non essere affetti da un atavico complesso di inferiorità, dopo che per secoli l’isola è stata raccontata attraverso gli occhi di chi la sfruttava, e i suoi abitanti descritti come poveri ignoranti?”

Ed è proprio qui la questione fondamentale del discorso, che dovrebbe offrire una prospettiva diversa circa il masochismo congenito dei sardi e circa il loro connaturato amore verso i loro sfruttatori. Per l’appunto il fatto che secoli di dominazione, di sfruttamento e di subalternità sia economica che militare che culturale, ci hanno convinti dell’idea che le uniche narrazioni possibili di noi stessi siano quelle prodotte dai nostri stessi sfruttatori. In questo modo non solo si mantengono inalterati i medesimi rapporti di potere, di egemonia e di subalternità, ma si rafforzano allo stesso tempo quei condizionamenti psicologici che impediscono di uscire dal copione dell’auto-vittimismo e dell’auto-colonialismo, dando alla luce analisi sulla nostra condizione che non riescono ad andare al di là della pura e semplice constatazione del masochismo congenito dei sardi scambiato per verità eterna. Laddove invece è proprio quest’ultima a dover essere ulteriormente problematizzata e sottoposta a critica.

Perché se anche è vera la nostra tendenza al masochismo, se anche è vero che siamo afflitti da questa strana sindrome di Stoccolma collettiva, è altrettanto vero che per guarire non sia necessario andare per forza in terapia, come suggerisce ironicamente Pilo alla fine del suo articolo (anche perché – aggiungendo ironia ad ironia – c’è il rischio che il terapista possa essere a sua volta un nuovo sfruttatore, con l’interesse a tenerci ancora di nuovo in condizione di subalternità). Più che andare in terapia, a volte è sufficiente uscire dalla caverna.

*Gianpaolo Cherchi (1984), dottore di ricerca in filosofia, insegnante e ricercatore indipendente. Ha pubblicato: Logica della disgregazione e storia critica delle idee. Uno studio a partire da Adorno (2020).

5 commenti

  • Lia Turtas

    D’accordo con tutto Gianpaolo, ma non sarei così sbrigativa sulla terapia. Più che di sindrome di Stoccolma come suggerito da Pilo, sarebbe davvero il caso di parlare dei processi di rimozione e scissione che ci interessano più o meno tutt* come sard*. La decolonizzazione passa anche e prima di tutto per l’inconscio! E la caverna acquisterebbe un ulteriore significato…

  • Gianpaolo Cherchi

    Cara Lia, ti ringrazio per il tuo commento, che coglie certamente un aspetto importantissimo, direi anzi primario. Il mio pezzo per varie ragioni – taglio editoriale, stile, contesto – non poteva e soprattutto non voleva essere esaustivo, indagare in maniera approfondita il tema, ma intendeva soltanto provare a gettare una piccola luce su come certi discorsi che tendono ad auto-colpevolizzare noi sard* nel momento in cui cerchiamo di fare auto-analisi (e qui, al di là di ogni ironia, l’importanza reale e concreta della terapia) sono in realtà l’indice di quanto la ragion coloniale abbia inciso nel profondo, nell’inconscio e ancor di più nell’immaginario.
    C’è un che di ideologico nella narrazione che noi stess* sard* ci facciamo sulla Sardegna, e questo substrato ideologico spesso contribuisce a costruire quella che Placido Cherchi chiamava “autocoscienza del valore”, connotandola sia in senso positivo, sia (il più delle volte, e qui effettivamente non dice niente di errato l’articolo di Vice) in senso negativo, come “vergogna di sé”. Una vergogna che si manifesta sia direttamente, attraverso pratiche di masochismo e di servitù volontaria, sia indirettamente attraverso la produzione di mitologie/ideologie consolatorie come “il mare più bello del mondo”, o boutade epic-fantasy sul mito di Atlantide…
    Se in un’ottica psicanalitica il “sintomo” è quella parola o atto prodotto da una pulsione che non ha ancora trovato sfogo, allora si può e si deve certamente dire che questi atteggiamenti sono tutti sintomi di un immaginario e di un inconscio fortemente colonizzato, auto-colonizzato

  • Flavio Collu

    Il finale dell’articolo di Pilo, può essere ironico, ma tradisce la questione liquidandola nel modo più economico, data la sua incapacità di concorrere positivamente ad un cambiamento.

    • admin

      L’incapacità di concorrere al cambiamento è attribuita al tenore e al contenuto dell’articolo o a Pilo medesimo? In questo secondo caso, il commento non è accettabile, perché si tratta di un banale e generico argumentum ad hominem. In questa sede non è una modalità di dibattito ammessa. Ma, se vuoi riformulare in modo più articolato l’obiezione, sgomberando il campo dall’equivoco, ne hai facoltà.

      • Flavio Collu

        Il soggetto in esame è l’articolo di Pilo, articolo che per determinate cause non può essere che quello. Io non voglio toccare la natura dell’autore, quanto le circostanze che lo hanno portato a dire ciò.
        Ti ringrazio per la sensibilità con cui mi hai aiutato a disambiguare la frase.

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