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Carbonia, capitale contemporanea

Il Sulcis-Iglesiente come antidoto alla “costante mitizzante sarda”

di Federica Pau e Riccardo Onnis

Stralcio della copertina dell’articolo apparso sul settimanale Venerdì di Repubblica il 25 settembre 2020

«Ma come ogni insieme di nozioni durature, le idee dell’orientalismo influenzarono gli orientali oltre che gli occidentali»[1]

«O sarà che i carboniensi sono simpatici. O che sei sarda, e alla povertà architettonica ci sei abituata. E per quanto sia scarso il tuo senso di appartenenza, quella è pur sempre la tua storia»[2]

Il rapporto che l’uomo instaura con l’antico e il moderno è un complesso mosaico, i cui tasselli provengono dagli ambiti più disparati dell’esperienza. Secondo un’accezione non unica, ma scientificamente consolidata e condivisa, del paesaggio come rappresentazione[3], siamo ingaggiati nostro malgrado da ciò con cui entriamo in contatto: un’onda di emozioni ci investe, innescando in noi processi di reazione e giudizio. Sintesi, questi, del sistema di valori che ci appartiene e per mezzo del quale proiettiamo più o meno consapevolmente il nostro sguardo sul mondo.

Il concetto di paesaggio è spesso utilizzato come sinonimo di territorio o ambiente, fatto che contribuisce a creare confusione tra ambiti tangenti ma distinti[4]: se infatti con i termini ambiente e territorio indichiamo delle entità autonome dallo sguardo che le indaga, con l’espressione paesaggio si definisce il prodotto della complessa eppure ineludibile interazione tra ciò che è guardato e chi guarda. Tale confusione è tutt’altro che innocua, perché nel suo consolidarsi ha trasmesso l’idea che la bellezza e il valore di un luogo siano unicamente legati ad esso e non, invece, frutto del processo che ha come fulcro la relazione appena descritta: quella tra un soggetto contemplante e un oggetto contemplato. Da ciò consegue che quando un luogo non corrisponde ai canoni di positività codificati in una società, le ragioni del suo disvalore provengano dal luogo stesso.

Può sembrare, almeno in prima battuta, una questione le cui conseguenze ricadono eventualmente sull’individualità dell’osservatore. Nei fatti, però, sono le stesse sorti dei luoghi ad esserne investite in pieno. Talvolta questo accade su larga scala e in maniera profondamente incisiva, in misura tanto maggiore quanto meno si è consapevoli dei meccanismi che ci portano ad elaborare giudizi di questo genere.

La necessità di queste riflessioni scaturisce da un recente dibattito intorno alla città di Carbonia. Il capoluogo sulcitano, infatti, è stato selezionato, insieme ad altri 28 centri urbani, come candidato a “capitale della cultura italiana” per il 2022[5]. Un fatto che ha suscitato non poco scalpore in alcuni ambienti. Uno scalpore che si è manifestato in forma compiuta nel recente articolo uscito per il settimanale Il Venerdì di Repubblica intitolato Carbonia capitale[6]. Su quanto i giudizi espressi nell’articolo incidano significativamente sull’attribuzione di valore ad un luogo, l’incipit del sottotitolo non lascia certo spazio a dubbi:

«Bella, non è. Vivace, neppure. L’economia? Lasciamo stare».

Si tratta, a suo modo, di una sintesi efficace da cui partire per decostruire la narrazione che inchioda realtà come Carbonia ad una presunta “perifericità” dai centri di valore, impedendo nel contempo di individuarne le caratteristiche che ne manifestano le peculiarità: da quelle estetiche a quelle storico- economiche.

Bella, non è.

«Bella, non è» è una proposizione che merita tutta la nostra attenzione, dal momento che, per dirla con Immanuel Kant, siamo nel terreno dei giudizi di gusto, i quali pretendono di essere condivisi, e dunque esigono di valere universalmente. Fulcro dell’articolo è proprio tale pretesa di universalità, dal momento che da questa si fa derivare l’intera impalcatura del ragionamento che consegue[7].

Tuttavia, è qui necessaria una precisazione. Nel caso specifico è infatti in gioco la comprensione della forza incisiva che preconcetti affermati e sedimentati hanno nella formulazione del giudizio di gusto in questione e nella conseguente attribuzione di valore e disvalore su vasta scala. In particolare, e in ultima analisi, è necessario capire il ruolo determinante che essi giocano nella gestione del patrimonio naturale e artificiale.

Nel caso in esame, uno degli aspetti che per l’autrice qualifica Carbonia come non bella è l’assenza di elementi urbani che la rendano tale:

«Non la si può nemmeno definire un tipo […] i tipi hanno quel non so che mentre Carbonia è piatta, è anonima, con pochi angoli che la riscattino. File di casette tutte simili su una planimetria elementare, strade dritte senza la sorpresa di uno slargo».

In base a quale metro tale “non so che” sia misurato, l’autrice non precisa. Individua tuttavia le caratteristiche urbane e architettoniche che la (s)qualificano: il suo impianto urbano regolare e l’assenza di elementi di sorpresa. Questo impianto si unisce, nell’argomentazione, all’assenza di elementi ambientali degni di nota che concorrono a formare quel paesaggio “di pianure e macchia mediterranea” con “qualche collina” che non concede alcunché alla città. Nemmeno il mare, elemento spartiacque nella gerarchizzazione dei centri urbani di chi guarda alla Sardegna attraverso la lente dell’eterna isola delle vacanze, può ribaltare la situazione, in quanto distante ben 20 chilometri. «Non resta dunque che cercare la bellezza interiore», ci suggerisce l’articolo.

Prima di dare avvio a questa ricerca è tuttavia opportuno soffermarsi a riflettere sulla premessa che soggiace a queste argomentazioni: il bello come “antico”.

Per ragioni emotive e culturali il concetto di bellezza si unisce con polarità quasi magnetica all’eredità costruita del passato. Ciò avviene nelle realtà del territorio statale con particolare forza ed estensione. Questo legame – sebbene molto antico nella cultura occidentale – come dimostra, a titolo d’esempio, il mito dell’Età dell’Oro – non è però assolutamente naturale, quanto piuttosto l’esito dell’intrecciarsi di vicende di natura storica ed estetica. Un primo e forte impulso allo sviluppo dello sguardo mitizzante contemporaneo nei confronti dell’antico viene dato dal fermento culturale nato in seno al Romanticismo. Uno sguardo leggibile anche come reazione all’imponente processo di industrializzazione avviato dalla Prima Rivoluzione Industriale. A ciò si aggiunga che, all’interno dello Stato italiano, l’esperienza traumatica del Fascismo nel XX secolo ha esasperato il dibattito e il rapporto tra l’architettura del presente e quella del passato, attribuendo a specifici testimoni di quest’ultimo particolari valori di sacralità che dal Dopoguerra in poi passeranno indenni e vigorosi nella Contemporaneità[8]. Da questa lacerazione è scaturita una nuova sensibilità, più attenta ma ancora traumatizzata, le cui ferite aperte emergono con chiarezza durante il convegno di Gubbio del 1960[9]. Questa sensibilità, imperniata su una ferrea volontà di tutelare l’eredità del passato, prenderà forma nel sistema normativo di vincoli e divieti ancora oggi in vigore. Tale intelaiatura burocratica non fa che alimentare l’aspetto più caratterizzante di questo nuovo sentire: la diffusa, “dogmatica fascinazione” delle masse nei confronti dell’antico. Un antico che, è bene metterlo in luce, non coincide con un preciso periodo storico di riferimento, ma si sviluppa nella coscienza interiore come elemento di alterità e resistenza ad un moderno percepito sempre come negativo e minaccioso[10].

È proprio su questa premessa concettuale che si sviluppa l’argomentazione dell’articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica. Su di essa poggia il giudizio estetico iniziale, altresì avvalorato dalle considerazioni dell’autrice attorno al paesaggio, descritto come uno spazio anonimo almeno quanto la cittadina. Del resto il mare, lo ripetiamo, dista ben 20 chilometri da Carbonia. 

Ma torniamo al paesaggio, giacché una città, qualunque essa sia, è sempre città in un paesaggio. Di quest’ultimo possiamo dire che, pur presentandosi apparentemente come una regione distinta da quella urbana, risulta sempre molto difficile stabilire dove esso finisce per dare inizio alla città vera e propria. Detto altrimenti, «le abitazioni sono insieme nella città e nel paesaggio-oltre-la città»[11] nel medesimo modo in cui è lo stesso paesaggio naturale a essere nelle vie e nelle piazze cittadine e a conferire a queste una forma estetica, condizionando il loro costituirsi in immagine.  

Insieme alla qualità degli edifici, alla loro altezza e al rapporto di quest’ultima con il percorso della strada, allora, la presenza del paesaggio, così come la sua assenza, individualizza fortemente la fisionomia urbana.

Nel caso di Carbonia è il rapporto reciproco della città con il suo intorno a mettere in relazione uno spazio urbano unitario, frutto di un progetto strutturato sui principi della howardiana garden city[12], con un paesaggio profondamente segnato dal lavoro minerario. Qui le linee geometriche degli impianti di estrazione si inseriscono in spazi paesistici naturali che a loro volta costituiscono l’intorno del tracciato urbano.

Del resto basterebbe osservare con attenzione il progetto originario della moderna piazza Roma, cuore della cittadina mineraria, per capire che Carbonia è tutt’altro che anonima. Il disegno di quella piazza, infatti, luogo monumentale per eccellenza, è quello di una grande agorà in cui si affacciano la Chiesa, la Casa del Fascio, il Municipio, Le Regie Poste, il Cine-Teatro e il Dopolavoro. Sono gli edifici rappresentativi della comunità, che si dispongono lungo i tre lati di un rettangolo che, concepito come una terrazza panoramica, lascia aperto il quarto lato che guarda verso le miniere e il mare. Il paesaggio è allora nella città esattamente come questa è nel paesaggio. E dal momento che città e paesaggio vengono attraversati con tutti i nostri sensi, l’esperienza che facciamo di essi non chiama in causa solo la vista. Così, quella macchia mediterranea, che nelle affermazioni dell’autrice del nostro articolo non fa che aggiungere anonimato alla già anonima città mineraria, in realtà è tra gli elementi qualificanti del luogo, la cui esperienza estetica, esperienza sinestetica per antonomasia, non può che chiamare in causa anche l’olfatto, il più evocativo dei nostri sensi[13].

Ma il giudizio sul paesaggio, si sa, cambia col cambiare dello sguardo del soggetto. Dunque di Carbonia, secondo l’autrice dell’articolo in questione, “non resta […] che cercare la bellezza interiore”.

Tuttavia, se è indubbio che, nella misura in cui non trova riscontro nei canoni culturali dell’osservatore, la bellezza esteriore di Carbonia non esiste, altrettanto incontrovertibile è il cortocircuito concettuale a cui si espone l’articolo in esame. Un cortocircuito che, lungi dall’essere materiale per accademici, ha feroci ripercussioni sulla realtà. Del resto, l’infondatezza del pregiudizio nei confronti del lascito architettonico sviluppatosi sotto il Fascismo è ben spiegata da Pasolini nel suo documentario La Forma della città:

“Quanto abbiamo riso noi intellettuali sulla architettura del regime, sulle città come Sabaudia. Eppure adesso, osservando questa città, proviamo una sensazione assolutamente inaspettata: la sua architettura non ha niente di irreale, di ridicolo. […] anche vista da lontano, si sente che le città sono fatte, come si dice un po’ retoricamente, a misura d’uomo. Si sente che dentro ci sono delle famiglie costituite in modo regolare, delle persone umane, degli esseri viventi completi, interi, pieni, nelle loro umiltà. Come ci spieghiamo un fatto simile, che ha del miracoloso? Una città ridicola, fascista, improvvisamente ci sembra così incantevole? […] Sabaudia, benché ordinata dal regime secondo certi criteri di carattere razionalistico-estetizzante-accademico, non trova le sue radici nel regime che la ha ordinata, ma in quella realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente e che non è riuscito a scalfire, cioè la realtà dell’Italia provinciale, rustica, paleoindustriale etc. che ha prodotto Sabaudia, non il fascismo”[14].

E se queste considerazioni da sole non fossero sufficienti, sarebbe comunque opportuno analizzare il progetto urbano di Carbonia in quanto tale, andando oltre la realtà di una città di fondazione. Si scoprirebbero in questo modo i principi teorici howardiani che, precedenti la nascita e l’avvento del Fascismo, ne hanno ispirato il disegno. E qualora si volesse condurre una discussione costruttiva, la si potrebbe portare avanti in termini di efficacia e fallimento di quegli stessi principi, o piuttosto nei termini di un’estetica funzionale[15]. A questa e al fatto che la cittadina mineraria sia nata come centro industriale, residenziale e amministrativo con il cuore nella Miniera di Serbariu, andrebbero ricondotte la «planimetria elementare» e le «strade dritte senza la sorpresa di uno slargo» a cui si riferisce l’articolo.

In altri termini, Carbonia nasce in funzione della miniera e del suo sfruttamento e ogni giudizio di valore al riguardo non può non partire da questa banale considerazione.

Arrivati a questo punto appare senz’altro chiara l’esigenza di dimostrare la scottante attualità di uno sguardo nuovo sull’eredità architettonica contemporanea. Un bisogno che prende forma e contenuto nella recente pubblicazione intitolata Incompiuto, la nascita di uno stile[16], frutto di un lungo lavoro di ricerca e reportage che, attraverso contributi saggistici e un’ampia documentazione fotografica, traccia il nesso tra depauperamento del territorio, negazione della contemporaneità e necessità della riappropriazione di quest’ultima da parte delle comunità per un riscatto complessivo.

In questo impasse di modernità sospesa – non già per una sua ragione intrinseca, ma per l’evoluzione della percezione del bello – sta la cifra stilistica, urbanistica e architettonica della città di Carbonia e di molte altre città di fondazione, in Sardegna come in Italia.

Vivace, neppure. L’economia? Lasciamo stare

Come è noto l’area del Sulcis-Iglesiente si caratterizza storicamente per la consistente presenza di giacimenti minerari la cui attività ha visto un nuovo impulso sotto il Fascismo. La presenza delle miniere è un fattore che ha definito percorsi e sviluppi di questa regione, con particolare evidenza nella storia recente.

In questo contesto, come già anticipato, si colloca la fondazione della città di Carbonia, la cui attività mineraria, come ben argomentato dalla stessa autrice dell’articolo, è continuata per qualche decennio dopo la caduta del Fascismo.

L’episodio ingegneristicamente e architettonicamente più audace di questo periodo è sicuramente l’ex impianto estrattivo di Porto Flavia, che da solo è capace di attirare un flusso turistico di una certa consistenza.

La vocazione mineraria è stata certo la fortuna e la sfortuna di Carbonia. Tuttavia, nell’argomentazione presentata nell’articolo del Venerdì di Repubblica tale dinamica sembra essere data per scontata e considerata come intrinseca alla città stessa. Punto decisivo del testo è infatti lo scambio delle cause per gli effetti, così le ragioni della stagnazione economica di Carbonia, ed in generale del Sulcis-Iglesiente, vengono fatte risalire ad origini interne, e non, come ampiamente documentato, a scelte esogene di altra natura.

Le vicende economiche sono infatti ben più complesse. E, lungi dall’aver la pretesa di esaurire il discorso in questa sede, possiamo almeno affermare che, a partire dall’Unità d’Italia, quelle che riguardano il territorio sulcitano si intersecano con quelle delle realtà del Mezzogiorno. A spiegarlo in maniera sintetica quanto efficace è il recente saggio Si resti arrinesci a cura di Antudo.info:

«La priorità del neonato stato italiano non era per nulla quella di risanare il divario interno ai suoi confini, ma quella di recuperare la distanza con le grandi potenze industriali d’Europa. Venne esclusa la via di uno sviluppo equilibrato – con ciò, lo sviluppo complessivo del capitalismo italiano sarebbe stato più lento – e fu scelta la via della produzione per il massimo profitto. Si preferì concentrare le ricchezze e l’industria al Nord, sacrificando il Sud»[17].

La questione riguarderà in maniera ancora più diretta il settore minerario, dal momento che, se il resto dell’apparato economico aveva subito una violenta trasformazione volta all’accelerazione industriale del Settentrione, «l’unica industria che verrà in qualche modo tutelata sarà quella dello zolfo. La cosa non stupisce. In fondo, non si trattava di industria manifatturiera ma estrattiva, e ciò non era in contraddizione con il ruolo di area sottosviluppata che si intendeva assegnare al Sud»[18]. Si noti bene che stiamo parlando dello stesso “carbone pessimo, pieno di zolfo” colpevolizzato nell’articolo in questione.

In questo quadro, emerge con urgenza la necessità di rovesciare le premesse ideologiche che soggiacciono ad argomentazioni che perpetrano e rafforzano la visione di un Sud stereotipato, responsabile unico della propria condizione economica. Quest’ultima, nei fatti, si pone come condizione necessaria allo sviluppo di una precisa area del nascente Stato unitario.

Tutt’oggi la presenza attiva di tale dinamica è stata dimostrata in maniera indiretta dalla recente pandemia. Col ritorno di molti studenti alle proprie residenze, infatti, si è altresì spostato un certo flusso di circolazione monetaria. Quest’ultimo per la prima volta ha momentaneamente rallentato l’inesorabile decentramento di capitale umano ed economico dal Meridione al Settentrione.

Ma non è tutto. Se è infatti vero che stagnazione economica, crisi ed emigrazione sono tre processi che caratterizzano quello che Blauner definisce come “colonialismo interno”, ciò che riguarda più da vicino la presente disamina è il fatto che attraverso il lungo e deleterio rapporto tra le aree sacrificate e quelle industrializzate si sono prodotte idee e credenze che hanno permeato le coscienze di chi vive i territori sacrificati. Il risultato è che, nel lungo periodo, il consolidarsi di questi pregiudizi ha innescato narrazioni auto-stigmatizzanti[19], che conformano i pensieri e le emozioni degli abitanti, facendo scambiare le cause per gli effetti e dipingendo l’emigrazione non come il prodotto di scelte esogene, ma come una via di salvezza morale prima ancora che economica. Al riguardo gli esempi possono essere numerosi. Ci basti notare che i fini stessi dell’apparato estrattivo non avevano come obiettivo la creazione di alcuna forma di ricchezza interna. Al riguardo è la stessa esistenza dell’impianto di Porto Flavia[20]  a risultare più che emblematica. Inoltre, sarebbe sufficiente far notare che le ultime vicende economiche di precariato indotto[21], la gig economy e la redistribuzione del lavoro verso i settori della logistica[22] hanno esasperato ulteriormente la distorsione narrativa e la lacerazione tra i territori e chi li vive.

 È proprio facendo riferimento a queste premesse non esplicite che l’autrice dell’articolo in esame può parlare di un “panorama desolante” e di un “centro senza appeal”. Alla luce di quanto detto, dunque, l’espressione “non resta che cercare la bellezza interiore” sembra il frutto dell’omissione di un imprescindibile contradditorio.

“O sarà […] che sei sarda, e alla povertà architettonica ci sei abituata”

È chiaro che quando argomentazioni di questo tipo possono avere diffusione in circuiti mediatici con una certa risonanza nazionale, gli sforzi di chi lavora per il riscatto del territorio e vuole demolire preconcetti nocivi diventano ancora più ardui. In questo senso – ma non solo – è doveroso contro-argomentare all’affermazione, intrisa di colonialismo ed autodenigrazione, presente a fine articolo: «O sarà […] che sei sarda, e alla povertà architettonica ci sei abituata». Non si può non rimaner basiti dalla pochezza di tale dichiarazione, tanto che viene da chiedersi se l’autrice abbia mai avuto modo di approfondire le vicende architettoniche della Sardegna.

È vero, risulta difficile scegliere da dove cominciare e il rischio di incorrere in elenchi è elevato. Potremmo citare l’eredità prenuragica e nuragica, gli oltre 8000 nuraghi presenti sul territorio e le tombe dei giganti, e potremmo ricordare la perfezione costruttiva e compositiva del pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilatino, con una ricchezza di dettagli nella posa e nel taglio delle pietra che farebbe impallidire il maestro Carlo Scarpa. Potremmo guardare al periodo medievale e ai suoi innumerevoli episodi, come quello della chiesa di Saccargia. In epoca moderna non si potrebbe non ripensare alla mano di Ubaldo Badas e alle eredità che ci ha lasciato un po’ ovunque in Sardegna: quelle più note, come il Padiglione dell’Artigianato a Sassari, e quelle meno immediate, come l’edificio d’angolo che fronteggia Piazza Yenne a Cagliari. Ma anche senza voler scomodare elementi individuali, non ci sarebbe possibile tacere relativamente alla ricchezza dirompente di tessuti urbani ingiustamente finiti nell’oblio: quello di Sassari, la peculiare conformazione urbana del paese di Santu Lussurgiu, la compiutezza quasi veneziana del sistema ambientale e architettonico di Bosa, così perfetta da risultare impossibile scindere ambiente naturale e costruito.

Tornano alla mente le considerazioni ancora attuali che Antoni Simon Mossa faceva nel 1969 nelle pagine della rivista «Realtà del Mezzogiorno», laddove faceva notare che oltre alle bellezze paesaggistiche, in Sardegna era «l’aspetto dei nuclei abitati ad insediamento antico» a inserirsi «stupendamente nelle zone di maggior interesse»[23]. I manufatti architettonici degni di nota sarebbero ancora numerosi, soprattutto se ci prendessimo la briga di osservare con attenzione quelle architetture senza architetti alla Bernard Rudofky[24] di cui, nel Campidano, sono esempio le case a corte, le quali palesano uno stretto legame tra la produzione agricola e l’abitare. Un legame chiaro a Giulio Angioni, il quale scriveva che «la casa del contadino sardo è sempre, almeno come aspirazione, anche fattoria, luogo delle attività contadine non campestri»[25]. Un legame il cui risultato estetico delle forme è il frutto dell’adeguamento di queste a una o più funzioni. Così, la forma architettonica interna della casa a corte con-segue all’espletamento di singole funzioni produttive, subordinate a loro volta alla coltivazione dei campi.

E per tornare ancora a Carbonia, fa specie l’omissione di un progetto come quello del nuovo centro intermodale realizzato dall’architetto Luigi Snozzi, uno che nella disciplina architettonica ha lasciato un’impronta riconosciuta e celebrata a livello internazionale.

Un panorama architettonico, quello sardo, tutt’altro che povero, ma di fronte al quale non possiamo che constatare il fatto che, a prescindere dalla sua provenienza, lo sguardo che lo attraversa è miope e saturo di narrazioni distorcenti.

Carbonia, capitale della contemporaneità

Delineati dunque gli equivoci intorno al capoluogo sulcitano, si può ora iniziare a capire il reale significato di un’operazione culturale che vede Carbonia tra le candidate a capitale della cultura italiana. Tutt’altro che impropria, essa nasce dalla coscienza del valore “altro” del luogo sotto differenti punti di vista: si va dalla dimensione architettonica e urbana a quella sociale ed economica della storia recente, dal momento che Carbonia, e in generale il Sulcis, sono stati luogo privilegiato delle lotte operaie in Sardegna.

La candidatura è dunque in sé un atto politico virtuoso, che col suo stesso gesto mette in discussione la narrazione di una città e di un territorio tutt’altro che passivi e “anonimi”.

Carbonia si configura come dispositivo urbano di penetrazione all’interno di un sistema territoriale capace di porsi in maniera efficace come antidoto alla dimensione mitica della Sardegna, un sentire diffuso che ancora oggi rende difficile la costruzione della coscienza di una Sardegna contemporanea in chiave proattiva.

In questa cornice, la città e il suo territorio risultano particolarmente privilegiati per la robusta presenza di un’eredità moderna e contemporanea. Con evidenti segni nel territorio, dette eredità conformano il paesaggio del Sulcis-Iglesiente. Il risultato è una contemporaneità più dirompente e attrattiva in termini estetici come economici. Una partita, questa, che prescindendo dai suoi esiti si gioca anche con la candidatura di Carbonia a città della cultura.


Riferimenti bibliografici citati

[1] Said E. W. (2016), Orientalismo, trad. it Stefano G., Feltrinelli, Milano (ed. orig. Orientalism, Pantheon Books, New York), p.48

[2] Saba, G., Carbonia Capitale, in «Il Venerdì di Repubblica», 25 settembre 2020, pp. 44-47

[3] Farinelli F. (1981), “Storia del concetto geografico di paesaggio”, in Paesaggio. Immagine e realtà, Electa. Milano, pp. 151-158; Caravaggi L. (2002), Paesaggi di paesaggi, Meltemi, Roma. In particolare cfr. Turri E. (2006), Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia (5° ed.), pp. 15-18.

[4] Azzena G. (2011), History for places/La storia per i luoghi, in Maciocco G., Sanna G., Serreli S. (cur), The urban potential of external territories, Milano, Franco Angeli, p. 196.

[5] https://www.ansa.it/sardegna/notizie/2020/08/04/capitale-cultura-carbonia-in-corsa-per-il-2022-con-altre-27_5df70a64-ff96-4311-a6bf-4135ac697d8b.html, consultato il 30-09-2020

[6] Saba G., art. cit.

[7] Oltre a Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Roma-Bari 1997,si veda almeno: Givone, S. (2003), Prima lezione di estetica, Laterza, Roma-Bari, pp. 13-23.

[8] Ricci A. (2006), Attorno alla nuda pietra, Donzelli Editore, Roma, pp. 88-89.

[9] Convegno sulla salvaguardia e il risanamento dei centri storico-artistici, Gubbio, 17-19 settembre 1960. Per la Dichiarazione finale del convegno: A. Cederna – M. Manieri Elia, Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici, in «Urbanistica», 1960, 32, pp. 69 sgg.

[10]Ricci A., op. cit.

[11] Assunto R. (1973), Il paesaggio e l’estetica,vol. I (Natura e Storia), Giannini Editore, Napoli, p. 34.

[12] Si rimanda a Howard E. (1902), Garden city of tomorrow, Swan Sonnenschein & Co., Ltd., London

[13] Cfr. Griffero T. (2010), Atmosferologia. Estetica degli spazi emozionali, Laterza, Roma-Bari, pp. 69-75.

[14] Pasolini P. P. (1974), Pasolini e la forma della città, da Raiteche http://www.teche.rai.it/2015/01/pasolini-e-la-forma-della-citta-1974/ consultato il 20-09-2020.

[15] Sull’estetica funzionale si veda almeno: A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, vol. II (La memoria e i ritmi), Einaudi, Torino 1977, p. 349.

[16] Alterazioni Video/Fosbury Architecture (cur) (2018), Incompiuto: la nascita di uno Stile/The birth of a Style, Humbold, Milano.

[17] Antudo.info (cur) (2020), Si resti arrinesci. Per fermare l’emigrazione dalla Sicilia, DeriveApprodi, Roma, p. 20

[18] Capecelatro E. M. – Carlo A. (1975), Contro la «questione meridionale». Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia, Samonà e Savelli, Roma, p. 163

[19] Said E. W., op. cit., p. 48

[20] https://www.ilsole24ore.com/art/la-miniera-rivoluzionaria-cacciata-fascismo-sardegna-pezzo-storia-diventa-libro-ADfZgNr, consultato il 05-10-2020

[21] Fana M. (2017), Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Roma-Bari, p. XVI

[22] Fana M., op. cit.

[23] Simon Mossa A., Note sulla politica turistica, «Realtà del Mezzogiorno. Mensile di politica, economia, cultura», 1969/11, pp. 1017-1028

[24] Rudofky B. (1977), Architettura senza architetti, Napoli, Editoriale scientifica

[25] Angioni G., Il villaggio, in Sanna A. ‒ Angioni G. (cur.), L’architettura popolare in Italia. Sardegna, Laterza, Roma 1988, cit., p. 71.

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