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Un dominio per gestire la nostra immagine.

di Andrea Maccis

Che l’identità digitale sia diventata una questione rilevante, è facilmente intuibile dal fatto che sia stata presa in considerazione persino dall’ordinamento giuridico italiano. Il DPCM del 24 ottobre 2014 [1] infatti, per la prima volta, definisce l’identità digitale come «la rappresentazione informatica della corrispondenza biunivoca tra un utente e i suoi attributi identificativi, verificata attraverso l’insieme dei dati raccolti e registrati in forma digitale secondo le modalità di cui al presente decreto e dei suoi regolamenti attuativi». In realtà, questa definizione, più che all’identità digitale come potremmo immaginarla, sembra riferirsi a una sorta di autenticazione informatica, ma vista la novità della materia, era prevedibile una iniziale difficoltà a considerarne tutte le sfumature. Comunque, a stretto giro, arriva in soccorso la Dichiarazione dei diritti in Internet [2] , redatta dalla Commissione dei diritti e dei doveri in Internet l’anno successivo e presentata alla Camera dei Deputati il 28 luglio 2015, che offre una notevole integrazione della definizione precedente all’art. 9, stabilendo che «Ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata delle proprie identità in Rete» e soprattutto che «La definizione dell’identità riguarda la libera costruzione della personalità e non può essere sottratta all’intervento e alla conoscenza dell’interessato.» Per parafrasare tutto questo legalese, potremmo dire che l’identità digitale è l’estensione virtuale della propria identità reale, su un sistema informatico. Concetto affascinante e che chiaramente si riferisce a un ambito prettamente individuale. Ma se invece volessimo ragionare a un livello maggiore di astrazione, parlando per esempio dell’identità digitale di un’intera comunità di individui?

Cos’è l’identità digitale della Sardegna?

Applicare a una pluralità di individui una definizione giuridica pensata per un singolo, non sarebbe poi così difficile, basterebbe procedere per aggregazione. Ma l’identità di una comunità, non è semplicemente la somma delle identità degli individui che la compongono, soprattutto se parliamo di identità digitale e se consideriamo che viene utilizzata per mostrarsi al mondo e per rapportarsi con esso, nel tentativo di capirsi e farsi conoscere, ma in modo diverso da come lo si farebbe individualmente. Se, per semplificare, definissimo attività web quella prodotta attraverso siti web, social network, web advertising ecc. potremmo convenire sul fatto che partecipano alla costruzione dell’identità digitale della Sardegna sia l’attività web istituzionale della Regione Autonoma della Sardegna che l’attività web di tutti i sardi. Ma, proprio in virtù della definizione giuridica di identità digitale, che potrebbe anche “essere sottratta all’intervento e alla conoscenza dell’interessato” è altrettanto ragionevole ipotizzare che l’identità digitale della Sardegna venga influenzata anche dall’attività web a tema Sardegna ad opera di non sardi. Senza dimenticare l’influenza che ha (o non ha!) anche l’attività web istituzionale dello Stato italiano e di conseguenza tutta l’attività web a tema Italia. Non pensiamo necessariamente a violazioni o mistificazioni dell’identità digitale, ma alla possibilità che soggetti esterni alla comunità, possano influenzarne la costruzione. Insomma parliamo di un qualcosa di estremamente frammentato e sparso. Possiamo finalmente chiederci: la Sardegna ha realmente la facoltà di costruire liberamente la propria identità digitale di comunità, come auspicato (ma solo per gli individui) dalla Dichiarazione dei diritti in Internet ?

Dall’identità all’immagine

Parlando di concetti del genere, è sempre sconveniente prendere in prestito dalla terminologia aziendale, ma in questo caso, le parole degli affari ci offrono la possibilità di una sintesi facile: l’identità è come ti mostri, l’immagine è come vieni percepito. E l’immagine della Sardegna, così come appare su Internet, sembra troppo spesso il triste risultato di una frustrante condizione di oblio. L’Italia è molto conosciuta e altrettanto conosciuto e apprezzato è il Made in Italy, ma andando a osservare l’iconografia digitale italiana (cartine, infografiche, creatività varia), dato che su Internet vige la dittatura del TL;DR (Too Long; Didn’t Read) e quindi si privilegiano i contenuti più immediati, la Sardegna ne esce con le ossa rotte realmente più spesso di quanto potremmo immaginare. Non sempre nelle rappresentazioni dell’Italia la Sardegna è compresa, specialmente in quelle prodotte all’estero, ma soprattutto, quando è compresa, ne viene offerta un’immagine povera e stereotipata (con pecore & ombrelloni, tanto per intenderci) che non ha spazio per storia, cultura, artigianato e tradizione. Potremmo chiaramente derubricare la questione a semplici deliri di stampo indipendentista, del resto se anche la Sardegna avesse un’immagine opaca, derivante da un’identità fuori controllo, che problema ci sarebbe? Vero, non foss’altro che per l’utilità che quell’immagine ha per la Sardegna: la aiuta a “vendersi”. Altra brutta parola ma che dovrebbe rendere il senso. Il problema è che siamo passati da cogito ergo sum a google ergo sum senza neanche accorgercene e ora è assolutamente normale chiedersi: come fa la Sardegna a vendere i suoi prodotti se chi li dovrebbe comprare non li conosce e non li trova neanche per caso su Internet? Come fa la Sardegna a sperare che i flussi turistici esteri aumentino se non riesce realmente a fare leva sul nome e sull’iconografia dell’Italia per farsi conoscere?

Cosa fare?

Un noto spot di Registro.it [3] (l’organismo responsabile della gestione dei domini Internet .it) a tema identità digitale, recita “se i prodotti della tua azienda sono Made in Italy, scegliere un dominio diverso dal .it, potrebbe trasformarsi in uno scivolone comunicativo con conseguenze sul breve, medio e lungo termine”. Fatta la tara alle motivazioni derivanti dagli interessi di Registro.it (cioè vendere i domini .it), sembra assolutamente plausibile sostenere che per vendere italiano in modo credibile abbia senso possedere un dominio .it. E se quindi, per estensione, fosse ragionevole pensare che una presenza sarda organizzata su Internet possa far bene all’immagine della Sardegna, quale miglior modo si potrebbe trovare se non riservare un’intera fetta del web all’esclusiva accoglienza delle sue realtà sociali, culturali ed economiche? Insomma, perché non dovrebbe essere altrettanto plausibile sostenere che per vendere sardo in modo credibile, possa servire un dominio .srd? O addirittura, perché non dovrebbe essere plausibile sostenere che il dominio .srd possa garantire alla Sardegna una esistenza credibile su Internet?

Cos’è un dominio di primo livello?

Un nome di dominio, è una serie di caratteri alfanumerici separati da punti, che identifica il dominio dell’autonomia amministrativa, dell’autorità o del controllo all’interno di internet. Per semplificare, prendiamo www.filosofiadelogu.eu ad esempio. Questo indirizzo si riferisce al servizio World Wide Web (www) dell’organizzazione Filosofia De Logu (filosofiadelogu) sul dominio dell’Unione Europea (.eu). L’esempio spiega perfettamente come si sviluppa la catena gerarchica dei nomi di dominio Internet, nei quali si sale di importanza da sinistra verso destra. Nel nostro caso infatti www è un dominio di terzo livello, filosofiadelogu è un dominio di secondo livello e .eu è un dominio di primo livello.

Chi governa i domini Internet?

L’autorità internazionale che gestisce i domini Internet di primo livello è ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers). Decide quali domini di primo livello possano esistere e a chi affidarne la gestione.
L’attivazione di qualsiasi nuovo dominio Internet di primo livello deve essere richiesta ad ICANN, che decide, dopo un rigido iter valutativo. La valutazione della richiesta prende in esame una serie di requisiti, e non si tratta solo di questioni tecniche o economiche, ma anche di questioni politiche. Ma soprattutto, le assegnazioni di nuovi domini avvengono con tempistiche programmate, in round che vengono aperti non molto frequentemente. Cinque anni fa, sembrava che il prossimo round sarebbe stato aperto proprio nel 2020, ma ancora non ci sono notizie ed è probabile un ulteriore slittamento.

Perché proprio .srd?

La Sardegna non è uno stato sovrano, quindi non può ambire a un ccTLD (country code top-level domain), cioè un dominio di primo livello a 2 lettere. Deve necessariamente ripiegare su un gTLD (generic top-level domain), cioè un dominio di primo livello a 3 o più lettere, un tipo di dominio per il quale ICANN, da qualche anno, accetta richieste basate su particolari interessi culturali, geografici o economici. Però, perché .srd e non .sar o .sard o addirittura .sardegna? Per questione di praticità è preferibile avere un dominio corto, 3 lettere. Ma a questo punto subentra un discorso strategico: puntare sulle particolarità linguistico-culturali oltre che geografiche, garantirebbe maggiori possibilità di successo nell’iter valutativo, e visto che srd è il codice di classificazione ufficiale della lingua sarda a 3 caratteri (ISO 639-2 e ISO 639-3), il cerchio si chiude facilmente, ricalcando il percorso seguito dai catalani per il loro .cat. Come detto, sarà ICANN a decidere sull’assegnazione del dominio e, presumibilmente, si aspetterà un nulla osta da parte del Governo italiano, quindi l’ombra di eventuali rivendicazioni politico/territoriali potrebbe complicare la procedura. Puntare da subito su una positiva visione culturale dell’iniziativa, rende l’operazione molto più sostenibile.

Quanto costerebbe il dominio .srd?

È auspicabile che l’attività di gestione del dominio .srd produca nel medio periodo le risorse necessarie al suo mantenimento, ma l’investimento iniziale non può che essere a carico della RAS, sia perché si tratterà di un esborso ingente, sia perché è in gioco l’acquisizione di uno strumento ad alto impatto strategico per la Sardegna, ed è giusto che le Istituzioni siano direttamente coinvolte. Quindi è giusto avere un’idea di massima di quanto l’operazione costerebbe ai contribuenti. I documenti più recenti dai quali possiamo attingere sono quelli del 2012/2014 e possiamo appunto farci un’idea esclusivamente orientativa, perché è probabile che le tariffe subiscano un aggiornamento nel prossimo round di assegnazione.
I costi ICANN da sostenere sarebbero relativi a:

  • istruzione della pratica e accesso al processo di valutazione (una tantum) come da gTLD Applicant Guidebook [4] : 185.000 $;
  • inizio dell’attività post assegnazione (una tantum), come da Registry Agreement [5] :
    • 5.000 $ per l’accesso al Trademark Clearinghouse (database di protezione dei marchi);
    • 0,25 $ per ogni dominio registrato nel periodo di sunrise (cioè quello di avvio delle registrazioni);
  • rinnovo della concessione dei diritti sul dominio, come da Registry Agreement:
    • 6.250 $ a trimestre (cioè 25.000 $ all’anno) per pagamento di diritti fissi;
    • 0,25 $ moltiplicato per l’incremento annuale dei rinnovi o delle registrazioni, sempre relativamente al trimestre di competenza.

Il resto dei costi invece, sarebbe relativo a tutte le altre spese necessarie:

  • consulenze tecniche e legali per la domanda;
  • architettura hardware/software necessaria;
  • sede operativa;
  • costituzione dell’associazione/fondazione che gestirà il dominio.

Stimando per eccesso, parliamo di una somma iniziale di circa 250.000/300.000 €. E parliamo quindi di una cifra importante per una realtà in perenne difficoltà economica come la Sardegna. Però, non possiamo valutare la spesa in termini assoluti, la domanda da porsi è: che valore diamo all’identità digitale della nostra comunità? Quanto vale realmente l’immagine della Sardegna su Internet? Ci viene in aiuto la RAS, con la sua campagna di comunicazione del 2016 [6] da 6.000.000 € attuata attraverso il sistema aeroportuale, allo scopo di accogliere i viaggiatori “con un’immagine coordinata e coerente, alla scoperta del territorio, con stimoli sensoriali che richiamano i temi di vacanza in qualsiasi periodo dell’anno”. 6.000.000 € per costruire un’immagine della Sardegna vacanziera da offrire a quelli che in Sardegna già ci arrivano autonomamente. Insomma, 300.000 € per gettare le basi della costruzione di una nuova immagine organizzata della Sardegna su Internet, si potrebbero spendere senza troppi sensi di colpa, no?

Ne varrebbe la pena?

Uno studio commissionato da Nominet alla London Economics Wales [7] per analizzare gli eventuali benefici economici di un dominio Internet per il Galles (alla fine ne hanno attivati due, .wales e .cymru) ha prodotto una serie di considerazioni interessanti sull’impatto che uno strumento del genere può avere sul comportamento dei consumatori su Internet. Chiaramente anche a questo studio va fatta l’immancabile tara, dato che è stato commissionato da chi aveva già interessi economici legati alla creazione del dominio, ma è possibile trovarci dei principi condivisibili e di assoluto buonsenso:

  • le persone sono interessate alla provenienza di quello che acquistano;
  • differenziarsi tramite nomi e simboli (branding) ha un impatto positivo sulle vendite;
  • associare un brand a una realtà geografica, rende riconoscibile quella realtà.

Come si tradurrebbero questi concetti nell’introduzione del dominio .srd?Partendo dalla fine, possiamo ipotizzare che tramite il .srd si potrebbe rilanciare notevolmente l’immagine della Sardegna già semplicemente certificandone l’esistenza. Continuando poi, si potrebbe organizzare una sorta di “consorzio di qualità” pensando al .srd come a un Made in Sardinia digitale al quale si accede solo facendo parte della comunità sarda. Un marchio da pubblicizzare e sotto al quale inserire tutte le realtà produttive sarde. E infine, tramite il .srd si potrebbe certificare la provenienza di quello che si produce in Sardegna. Se, i domini .srd, come è auspicabile, verranno concessi solo ad attività con sede in Sardegna, sarà più semplice garantire un altro strato di sicurezza per chi compra, perché pur con le incertezze generiche derivanti dalla globalizzazione, chi comprerà da un sito .srd potrà confidare di avere a che fare con un’attività sarda.

Perché le firme?

Dal 2015 esiste una petizione online [8] , indirizzata a ICANN e RAS, per la richiesta dell’attivazione del dominio .srd e che ad oggi ha raccolto poco meno di 5.000 firme. Però, perché è stata avviata se, come già detto, ICANN ha una procedura interamente normata che non contempla le firme come requisito? Perché le esperienze di .cat (Catalogna) e .bzh (Bretagna), hanno mostrato le potenzialità che può avere una petizione, su almeno due fronti:

  • la pubblicizzazione della campagna allo scopo di creare consenso interno, da usare per impegnare le Istituzioni;
  • la dimostrazione dell’esistenza di una reale comunità di interessi dietro al dominio, da spendere effettivamente con ICANN in fase di richiesta.

Chiaramente è difficile capire quante firme certifichino che l’idea balzana di uno sparuto gruppo di persone, si sia trasformata in un bisogno comunitario diffuso, però una lista di 10.000 o 20.000 firme, garantisce già una certa credibilità a un’iniziativa del genere. Per avere un termine di paragone, i bretoni, ai tempi, raccolsero 10.000 firme in 3 mesi.

Cosa è successo sino ad ora?

La campagna di sensibilizzazione a favore del dominio .srd non ha mai raggiunto una massa di consenso adeguata e la petizione vive da 5 anni tra alti (brevi) e bassi (lunghi) senza la reale prospettiva di poter arrivare mai al numero di firme sperato, vittima probabilmente della cattiva comunicazione, del menefreghismo aprioristico, della complessità dell’argomento e della difficoltà di portarlo su un piano pragmatico che renderebbe tangibile l’importanza che un dominio Internet potrebbe avere per la comunità sarda. Per essere onesti, le Istituzioni si sono timidamente avvicinate all’argomento, portando il .srd in Consiglio regionale con la Legge Finanziaria del 2017 [9] , grazie a un emendamento dell’allora Consigliere regionale Paolo Zedda. Ma il tutto si è tradotto in un nulla di fatto, a parte i proclami propagandistici (“entro sei mesi avremo il dominio .srd”) e un impegno generico a dare tutto in mano alla Direzione generale degli Affari Generali e della Società dell’Informazione e a Sardegna IT, visione peraltro difforme da numerose altre realtà europee che hanno saggiamente affidato la gestione dei propri domini ad associazioni/fondazioni incaricate di fungere da raccoglitori delle varie anime della comunità che più lavorano con e per l’identità, come stazioni radio e televisive, società sportive, associazioni culturali ecc.

Cosa dovrebbe succedere?

Il treno dei domini, come detto, passa molto di rado e quindi perdere il prossimo round di assegnazioni potrebbe voler dire dover aspettare altri 5 o 10 anni, periodo nel quale molte altre comunità geografiche o culturali avranno ritagliato su Internet il loro legittimo spazio e lo avranno usato per farsi conoscere dal mondo e magari per rinvigorirsi anche internamente. Noi potremmo restare al palo, nuovamente. Oppure potremmo iniziare a lavorare da ora, per essere pronti non appena si presenti la possibilità. L’aspetto positivo è che, almeno stavolta, tutto dipende totalmente da noi.




[1] Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri – 24 ottobre 2014

[2] Dichiarazione dei diritti in Internet

[3] Identità digitale: cos’è e perché è importante per le imprese – Registro.it

[4] gTLD Applicant Guidebook – ICANN

[5] Registry Agreement – ICANN

[6] Turismo, al via campagna comunicazione in aeroporti sardi – regione.sardegna.it

[7] Economic benefits of an Internet domain for Wales – LE Wales

[8] .srd #puntuSRD : un dominio per la Sardegna – change.org

[9] Deliberazione n. 55/16 – 13 dicembre 2017 – Regione Autonoma della Sardegna

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